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Se un altro mondo è possibile, un'altra economia è necessaria
(nell'ambito della settimana "Liberiamoci del Liberismo")




Incontro dibattito, Lunedì 15 Aprile, ore 21
presso lo Spazio Sociale di via Fioravanti 24, Bologna

Partecipano:

  • Riccardo Bellofiore (Università di Bergamo)
  • Emiliano Brancaccio (Università Federico II di Napoli)
  • Andrea Fumagalli (Università di Pavia)
  • Giorgio Gattei (Università di Bologna)
  • Modera: Paolo Figini (Università di Bologna)

Organizzano:

ATTAC Bologna e Contropiani

Informazioni: figini@economia.unibo.it - 348 5839412





I problemi non possono essere risolti con gli stessi
schemi mentali che li hanno prodotti

(Albert Einstein)?




La globalizzazione

L'attuale fase storica di sviluppo del capitalismo è comunemente conosciuta come epoca della globalizzazione. Questi anni sono di fatto attraversati da una offensiva ideologica di costruzione del consenso attorno ad un pensiero unico globale, il cui cardine è costituito dal neoliberismo. Tale offensiva si basa in realtà su di una mistificazione, in quanto tende ad identificare il modo di produzione e di distribuzione delle risorse (il capitalismo di mercato) con un suo apparato teorico interpretativo e di gestione dei processi economici (il modello neoliberista). Gli elementi essenziali di questa particolare globalizzazione, quella neoliberista, che permea le politiche economiche sia in Europa che negli Stati Uniti che nei paesi in via di sviluppo possono essere identificati nei seguenti:
  1. maggiore grado di apertura delle economie nazionali ai mercati internazionali ed al commercio estero, per lasciar passare le merci. E' questo elemento che viene spesso identificato nel lessico comune con il termine globalizzazione;
  2. politiche di privatizzazione delle imprese pubbliche e dei servizi sociali da esse prodotti, di deregolamentazione per favorire l'efficienza del mercato, di riduzione del peso dello Stato nell'economia per lasciar fare al mercato;
  3. politiche macroeconomiche incentrate sulla stabilità dei prezzi, della bilancia dei pagamenti e di riduzione del debito pubblico.

Al di là del dibattito teorico sul legame tra processo di globalizzazione e sviluppo, la ricerca empirica evidenzia che a questa globalizzazione si accompagna principalmente una crescita economica diseguale. Questa tendenza viene confermata dall'aumento delle disuguaglianze sia internamente ai paesi, sia tra paesi. La globalizzazione non conduce neppure ad una maggiore stabilità economica, soprattutto per l'impossibilità di governare gli effetti delle crisi finanziarie che colpiscono soprattutto le economie dei paesi del sud del mondo, effetti che sono aggravati dal processo di liberalizzazione del mercato dei capitali.
Per contrastare gli effetti deleteri di questo meccanismo di sviluppo in termini di disuguaglianze, mancanza di democrazia nel governo dell'economia, insostenibilità ambientale, precarizzazione delle condizioni di lavoro e dei rapporti economici e sociali, è andato crescendo negli anni un movimento internazionale di resistenza alle politiche neoliberiste. Dalla sollevazione indigena nel Chiapas, alla contestazione di Seattle, al World Social Forum di Porto Alegre, il movimento si è via via radicato estendendosi in zone rurali come nelle città, nel ricco nord come nel povero sud del mondo. La parola d'ordine di questo movimento è che un altro mondo è possibile, anzi è in costruzione. Per fare questo un'altra economia è necessaria.

 

Fondare un'altra economia

Come ricorda Einstein, la risoluzione dei problemi deve passare attraverso il cambiamento degli schemi mentali di ragionamento. Da un lato la globalizzazione e l'evoluzione delle economie di mercato in genere hanno apportato cambiamenti sostanziali alla natura delle relazioni economiche, dall'altro l'insostenibilità ed i costi sociali dell'attuale modello di sviluppo e di gestione dell'economia chiamano gli economisti a lavorare allo sviluppo di un altro modello economico di riferimento.

Questo è necessario innanzitutto perché l'attuale fase del capitalismo di mercato nei paesi sviluppati presenta forme e modalità in evoluzione che chiamano ad una lettura innovativa delle proprie contraddizioni: l'esistenza di forme di lavoro autonomo, di lavoro atipico e di forme di autoimprenditorialità, la crescita della capacità di spesa e l'espansione dei prodotti finanziari sono tutti elementi che stanno provocando lo spostamento del conflitto da una dimensione puramente interpersonale propria del momento della produzione (tra classe capitalista e classe lavoratrice) ad una dimensione intrapersonale tra il momento della produzione in cui ogni singolo lavoratore è subalterno a certi meccanismi decisionali, ed il momento della spesa, in cui rischia di avallare con le proprie scelte di risparmio e di consumo interessi a lui estranei o addirittura contrari.

Lo sviluppo storico recente delle economie di mercato sta inoltre mettendo in luce la contraddizione tra gli obiettivi teorici delle politiche liberiste, che dovrebbero favorire la concorrenza, e gli effetti pratici di tali politiche che, grazie alla liberalizzazione dei mercati finanziari, stanno alimentando ondate di acquisizioni e di fusioni che portano alla negazione stessa della concorrenza. Nella fase attuale del capitalismo globalizzato, quindi, essere liberisti significa promuovere il processo di concentrazione del potere nelle mani di pochi gruppi. In un'ottica di sviluppo internazionale, questo significa escludere che imprese di paesi in via di sviluppo possano resistere, in assenza di interventi governativi, alla forza delle grandi imprese transnazionali determinando una forte concentrazione del potere economico e politico.

Si deve inoltre fornire all'economia un'impronta ecologica che combatta il pensiero unico liberista in modo da salvaguardare la diversità e la ricchezza di approcci alle relazioni economiche esistente a livello globale. L'obiettivo quindi deve essere lo sviluppo di un approccio ecologico, in cui la ricchezza e la diversità culturale delle differenti società possano portare a modelli di gestione e di sviluppo diversi che devono imparare a convivere ed a contaminarsi, per evitare che si selezioni il sistema più adatto, con conseguente estinzione culturale e sociale di società portatrici di ricchezze, economiche e non, diverse.

 

Economisti per la società civile

Questo non può essere il migliore dei mondi possibili. Ma c'è un'alternativa? Essere antiliberisti significa necessariamente essere anticapitalisti? E' adeguata un'alternativa che si basa sul modello di economia pianificata? E qual è il ruolo che possono avere le politiche riformiste di stampo keynesiano nelle moderne economie di mercato? E' possibile vedere le relazioni economiche in un altro modo? Cosa possiamo imparare dalle pratiche diffuse di economia popolare o solidale? Queste pratiche sociali di comportamento possono costituire i pilastri di una diversa lettura delle relazioni economiche, reali e teoriche? E' possibile pensare ad un'economia di soggetti ed istituzioni che hanno questi diversi modelli sociali di comportamento? E' possibile che tale economia conviva con un'economia liberista? Quali sono le conseguenze in termini di efficienza e di equità di tali modelli alternativi? Queste domande vogliono essere solo alcune delle riflessioni da cui partire per la sfida intellettuale che gli economisti devono intraprendere.

Di fronte alla inadeguatezza del neoliberismo a risolvere i problemi dello sviluppo, dell'equità e della povertà, riteniamo che sia necessario sviluppare un impegno forte e collaborativo nella costruzione di un altro modello di economia e nella riflessione teorica di proposte alternative di politica economica. E' necessario sviluppare strumenti critici di analisi della fase attuale del capitalismo di mercato, evidenziando le contraddizioni esistenti e quelle nuove che si vengono a definire storicamente. Si devono sviluppare nuovi metodi di analisi che sappiano interpretare o reinterpretare fenomeni economici, in particolare microeconomici. L'approccio deve essere multiculturale, imparando e approfondendo lo studio di esperienze che, benché marginali, si discostano dal funzionamento ortodosso delle economie di mercato. Tale approccio vuole essere ecologico, per cercare di comprendere come queste realtà differenti possano arricchirsi dal loro incontro e quali condizioni siano necessarie affinché tali economie non vengano fagocitate da un modello imperante. Tale lavoro dovrà contribuire ad un cambiamento radicale del linguaggio dell'economia, in modo da portare al centro dell'analisi obiettivi diversi quali il profitto sociale o un diverso concetto di benessere.

Ma soprattutto è necessario approfondire la conoscenza teorica e la modellizzazione di esperienze particolari di relazioni economiche, privilegiando lo studio economico di quelle alternative che già esistono e che possono costituire i pilastri di un modello economico alternativo; con uguale forza potrebbero opporsi ai pilastri dell'economia liberista di mercato. Pensiamo alle pratiche diffuse di commercio equo e solidale, basate sulla difesa dei diritti dei lavoratori, dei minori e dell'ambiente. Pensiamo alle politiche di regolamentazione del mercato dei capitali come la Tobin Tax. Pensiamo alle esperienze di libera circolazione dei saperi e di copyleft. Pensiamo alla finanza ed alla banca etica ed ai modelli comportamentali che stanno dietro a queste esperienze. Pensiamo a sviluppare modelli interpretativi del settore no profit e delle cooperative. Pensiamo al microcredito, agli effetti delle proposte di annullamento del debito estero dei paesi in via di sviluppo, alle pratiche di boicottaggio e di consumo critico. Pensiamo alla praticabilità di proposte di salario sociale o di reddito di cittadinanza. Pensiamo ad esperienze come la banca del tempo.

E' necessario quindi far crescere una libera comunità scientifica di ricercatori che sia in grado di fare proprio il patrimonio corrente dell'analisi politica e sociale su questi temi; che si impegni, nella propria professione e nella propria attività sociale a costruire un corpus teorico alternativo ed un modello di mondo diverso; a dibattere al suo interno, senza preclusioni di carattere ideologico o tecnico approcci alternativi e divulgarli attraverso conferenze, riviste scientifiche o in convegni aperti alle altre componenti della società civile. Questa comunità si deve impegnare a lavorare a stretto contatto con quelle componenti del movimento che maggiormente si vogliono proporre come laboratorio di elaborazione di queste idee.

Un altro mondo è possibile. Per costruirlo, un'altra economia è necessaria.

 Paolo Figini (Università di Bologna)

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