|
|
||||||||||||||||||
|
|||||||||||||||||||
|
Dal Nonazi al Noocse
Proprio qui si apre il nuovo scenario, lo scenario che si chiama noOCSE. Il 14 giugno l'OCSE indice un convegno internazionale su piccola e media impresa nella globalizzazione. Come sappiamo questi organismi internazionali (OCSE WTO FMI eccetera) sono espressione di interessi economici ristretti, sono privi di ogni rappresentatività democratica, e decidono su questioni da cui dipende la vita e il benessere di milioni di persone. Perciò, da qualche mese, è iniziata nel mondo un'onda di contestazione contro la dittatura di questi organismi. Ma non si tratta di una battaglia facile, lineare. E' del tutto comprensibile che di fronte allo sconvolgimento che la globalizzazione produce nella vita e nelle condizioni di lavoro si manifesti una reazione di rigetto anche da parte di gruppi sociali progressivi, e perfino da parte di quei gruppi che sono culturalmente i più globalizzati. Ma sarebbe un disastro se la parola d'ordine predominante del movimento che da Seattle in poi si sta estendendo fosse, semplicemente No alla globalizzazione. La globalizzazione non è una scelta politica che si possa fermare o contrastare. La globalizzazione (effetto della creazione di un circuito unificato delle reti produttive e conmunicative) è la nuova condizione tecnica, antropologica, psichica, entro la quale si tratta di ripensare l'alternativa. L'alternativa non è tra globalizzazione e resistenza delle identità sociali del passato. L'alternativa è tra una dittatura finanziaria globale e una globale autoorganizzazione dei saperi e delle culture. Le parole d'ordine che disegnano questa alternativa stanno in embrione dentro questo movimento che, nato a Seattle, potrebbe trovare a Bologna un'occasione per definire i suoi obiettivi. La questione delle condizioni di lavoro e del salario si pone a livello planetario. Un salario minimo per qualsiasi lavoratore del pianeta è un obiettivo destinato a emergere nella coscienza sociale. Salario minimo In secondo luogo occorre affermare il diritto degli esseri umani a circolare liberamente, come circolano liberamente le merci le immagini e l'informazione. Le resistenze contro questo diritto nascono dal populismo e dalla paura di perdere i miseri privilegi che i popoli del nord del mondo hanno accumulato. In terzo luogo occorre aprire una battaglia per il libero accesso ai prodotti del sapere e della tecnologia. Le nuove tecnologie fanno talvolta paura, e le biotecniche mettono in crisi qualcosa di molto profondo nel nostro inconscio. Ma sarebbe stupido pensare che le biotecnologie in sé siano un nemico. Come non esiste alcuna purezza etnica, così non c'è una purezza biologica da salvaguardare. L'organismo umano non è più naturale di una lampadina elettrica e l'agricoltura è da sempre oggetto di manipolazioni artificiali. Il problema delle biotecnologie non è la violazione di una integrità naturale inesistente, ma la dipendenza da un'economia di profitto in nome della quale si possono compiere le peggiori mostruosità. Il nemico è il regime di privatizzazione dei brevetti, delle scoperte delle innovazioni, che sono il prodotto dell'intelligenza collettiva. Dopo Seattle per la prima volta intravvediamo la prospettiva di un movimento all'altezza dei problemi posti dall'economia digitale. Occorre evitare di ridurre questo movimento a una guerra di resistenza conservatrice e perdente, a una rivendicazione statalista delle sovranità nazionali dell'epoca moderna. A Bologna il 14 giugno occorre prepararsi a esprimere il problema a questo livello di complessità.
|
||||||||||||||||||
|
|||||||||||||||||||