Arriviamo a Gaza dopo l'intenso bombardamento israeliano che ha distrutto il satellite della TV palestinese, la sede dei movimenti dei giovani, delle donne, e gli uffici di Fatah, varie sedi delle forze di sicurezza e povere case del campo profughi di Beach Camp nella città di Gaza . Nel campo siamo circondati da frotte di bambini e ragazzi, tra questi vi sono i giovani che con la loro fionda partono per i posti di blocco israeliani, potrebbero anche morire. Le case bombardate erano abitate da famiglie allargate con nonne, bambini. Una giovane ragazza ha il capo fasciato e il vestito ancora sporco di sangue, la vecchia nonna piange e ci dice "li avevamo appena rifatti i muri, ma non è di loro che mi importa, sono i piccoli che hanno paura, io stavo dormendo, mi ha svegliata un esplosione e pezzi di soffitto che mi cadevano addosso, i miei piccoli perché devono vivere nella paura? Cosa gli abbiamo fatto, mi hanno già preso la casa a Jaffa, sono arrivata qui nel 48 con una piccola barca, potrò mai vivere in pace?". L'ospedale di Shifa è affollatissimo, ci sono anche gli ammalati normali in Palestina, ma in questi ultimi 50 giorni le ambulanze arrivano in continuazione. Ci fanno largo gli amici, i parenti dei feriti di questa nuova Intifadah. Entriamo in un reparto dove vi sono cinque giovani in coma, tutti colpiti alla testa, tre di loro con proiettili ricoperti di uno strato di gomma ed un' anima di metallo duro. Nelle corsie ragazzi che hanno perso un occhio, feriti all'addome, gambe o braccia amputate. Madri o amici dolenti, al loro capezzale. Quando entriamo ci guardano con uno sguardo lontano, ai nostri impacciati sorrisi rispondono con sorrisi appena abbozzati. Da morire! In altre stanze alcuni giovani colpiti alla schiena, passeranno la loro vita su una sedia a rotelle. Sono per lo più giovani nati e cresciuti nei campi profughi, come Rafeed, colpito all'addome nei primi giorni, adesso sta meglio. Ha occhi vivacissimi e dice che tornerà ancora a tirare pietre perché "se ne devono andare, basta prenderci tutto, basta tenerci segregati a Gaza, mi piacerebbe venire in Italia, ma mi accontenterei di andare a Hebron per poter vedere il mio amico Rahed". Mentre usciamo dall'ospedale arriva un ambulanza, attendiamo: un morto e un ferito grave. Con noi un responsabile del Ministero dell'Agricoltura che dovrà accompagnarci a visitare la zona dove vi è l'insediamento di Kafar Dorom. Guarda il corpo dell'uomo che hanno portato, piange e segue il corpo, è suo cugino. Ce ne andiamo accompagnati da Jamal Zakout, dirigente del Fida e deportato da Israele durante la prima Intifada, dobbiamo incontrare il Presidente Arafat, mi aspetto una lunga attesa, tutti sanno dell'imprecisione di Arafat con i suoi visitatori, sbagliato, è puntuale. Me lo aspettavo in peggiori condizioni di salute. Non ha la solita vivacità, né la baldanza di chi vuole battaglia, pare abbia addosso tutta la tristezza per la perdita di giovani vite, per i feriti, per gli alberi di arance sradicati dai soldati israeliani per difendere le colonie israeliane. "Chi dice che gli israeliani vogliono la pace? Sono andato ovunque, a Parigi, a Sharm el Sheik, nulla è stato rispettato. E' chiaro che non vogliono la pace, l'avete visto anche voi, è la guerra che hanno dichiarato. Noi abbiamo chiesto che una forza internazionale ci protegga, il Consiglio di Sicurezza esita, i francesi propongono degli osservatori, non è quello che vogliamo, non quello che il diritto internazionale prevede, ma lo abbiamo accettato. Barak ha bloccato tutto, tranne i bombardamenti che fanno vittime tra la popolazione civile, negli ultimi bombardamenti sono state ferite 162 persone tra loro 17 bambini, pieni di bruciature. Ci vuole strangolare economicamente, non solo con la chiusura verso Israele di 130.000 lavoratori, ma con il blocco delle merci, centinaia e centinaia di container con anche i medicamenti, sono bloccati al confine con l'Egitto, con la Giordania, non ci restituiscono i soldi delle tasse, ci tolgono acqua, elettricità. Avete potuto vederlo è in atto una scalata militare e una violenza a tutti i livelli. Ve lo chiedo e me lo chiedo, perché le forze internazionali hanno agito nel Kosovo e invece per noi nessuno si muove, perché in Iraq tutte le forze del mondo hanno reagito: Perché per gli israeliani nessuno si muove? Se tutto ciò continua, tutta la regione può esplodere, avete visto le manifestazioni di sostegno al popolo palestinese nei paesi arabi". Squilla il telefono, dall'altro capo del filo gli comunicano che l'Egitto ha deciso di ritirare il proprio ambasciatore da Tel Aviv e la Giordania farà lo stesso. Sembra rincuorarsi un poco, il vecchio presidente. E riprende "dovete saperlo se l'intera regione esplode, le ripercussioni le sentirete in Europa. Dagli Stati Uniti non ci attendiamo più nulla, basta vedere il cinismo dei loro porta parola, ogni volta che ci sono attentati contro gli israeliani, ci martellano di telefonate, quando ci bombardano e sparano a freddo sui nostri ragazzi il telefono non fa un suono, mi aspettavo di più dalla Conferenza dei governi dell'Unione Europea a Marsiglia, abbiamo sempre chiesto che l' Europa fosse parte dei negoziati per non lasciarci soli con chi con noi usa la logica del potere e non del diritto. Continuiamo a guardare all'Europa, ma le nostre delusioni crescono". Ci accompagna alla porta e noi riprendiamo il cammino verso la zona centrale di Gaza, dove gli insediamenti di Gush Katif, Kafar Dorom, Netzarim, tagliano Gaza in due e dove ogni giorno giovani palestinesi e per ora, rare volte israeliani continuano a morire. Fino a quando? Fino a quando l'Europa sarà così esitante a difendere i diritti dei palestinesi. Dovrebbe invece, farlo, non solo per umanità o per essere coerente con i pomposamente enunciati valori della democrazia e dei diritti umani, ma anche per gli interessi economici e di stabilità dell'Europa, il mondo arabo ci è vicino. Non c'è diplomatico tra quelli distaccati nei consolati di Gerusalemme che non veda chiaramente la disparità tra chi occupa militarmente un paese e tra chi è occupato. Non uno, che non pensi che la strada della rivolta palestinese sia stata aperta non solo dalla visita di Sharon, ma dalla mancata applicazione, da parte del governo israeliano, degli accordi di Oslo e dalla continua crescita delle colonie nei territori occupati. Ho sentito consoli dei paesi europei parlare esplicitamente di Israele come di paese coloniale con volontà di annessione di più territorio possibile. Ma le analisi delle diplomazia dislocate sul territorio sono sempre mediate da chi sta nei diversi paesi europei e nell'Unione Europea, che non hanno il coraggio di imporre ad Israele il rispetto della Convenzione di Ginevra e delle risoluzioni delle Nazioni Unite. E' all'applicazione del diritto che i palestinesi chiedono di tornare. Oslo aveva lasciato il diritto per dare spazio ai negoziati fra le parti con la mediazione degli Stati Uniti. Dopo quasi 8 anni la crisi attuale evidenzia come quegli accordi siano falliti. La politica israeliana mostra quanto poco crede alla pace e alla restituzione dei territori occupati. E' sempre più chiaro che Israele ha in mente la maggior parte possibile di conquista territoriale. E' stata la politica di Ben Gurion, "non solo non smantelliamo i nostri insediamenti, ne facciamo di nuovi". Dopo l'attentato palestinese al bus della scuola dell'insediamento di Kafar Dorom, i coloni hanno impiantato dieci nuove case mobili. L' Europa deve entrare come parte attiva insieme ad altri paesi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La presenza di Solana a Charm El Sheik è stato un primo passo, ma non può continuare ad essere una presenza in attesa fuori dalla stanza. I paesi arabi da parte loro, per la prima volta al Summit del Cairo non hanno dichiarato guerra ad Israele ma si sono rivolti alla Comunità internazionale per fare rispettare le risoluzioni Onu. Barak il giorno dopo ha dichiarato l'interruzione del negoziato. C'è da sperare che nessun paese arabo dia agli israeliani la possibilità di scatenare qualche altra guerra "preventiva" come hanno fatto nel 1967. Bisogna fermare Israele, non solo per la stabilità della regione, non solo perché non vi siano più sofferenze e morti palestinesi o israeliani, e che i palestinesi possano finalmente vivere in un loro stato, ma anche per il futuro di sicurezza e stabilità di Israele nella regione. Israele dovrà fare un salto culturale incredibile, e capire che per essere partner nella regione mediterranea e nel medio oriente deve cominciare a considerare in primo luogo i palestinesi e gli altri paesi delle regioni partners reali e non nemici ai quali imporre le proprie regole. L'Europa, deve far pesare la sua forza politica ed economica. Israele ha bisogno dell'Europa, siamo i loro partner commerciali più importanti . Israele deve essere rassicurata che in Europa non lasceremo spazio a nessuna forma di razzismo e antisemitismo, ma deve avere chiaro che per l'Europa i principi delle risoluzioni 242, 338 e la 194 per il ritorno o la compensazione dei profughi devono essere applicati. Non c'è molto tempo, bisogna fermare la scalata militare, che non ci siano più vittime né palestinesi né israeliani.