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Campagna "Per non dimenticare Chatila"
Rapporto sulle iniziative 2000-2001 e sulla missione a Beirut nel diciottesimo anniversario del massacro
La campagna "Per non dimenticare Chatila" lanciata dallomonimo comitato e dal quotidiano Il Manifesto, in collaborazione con il quotidiano libanese As Safir e gli organismi di coordinamento delle organizzazioni non governative palestinesi, libanesi e arabe iniziata nellestate del 2000 ha avuto sino ad oggi un incoraggiante successo politico e mediatico.
La delegazione italiana recatasi a Beirut in occasione del diciottesimo anniversario della strage, oltre al capodelegazione, Stefano Chiarini de Il Manifesto, era composta da tre deputati, Luisa Morgantini (Prc), Guglielmo Lento (Pcdi) e Alberto Simeone (An), nonché da numerose organizzazioni non governative, Cocis, Cisp, Ponte per, Ctm di Foggia, Servizio civile internazionale, Salam ragazzi dell'Ulivo, rappresentanti della Cgil di Alessandria, del comitato di solidarietà con la Palestina di Cesena, dell'associazione Al Sadakha, e dai Verdi.
Molti sono i fattori che hanno contribuito al successo dell'iniziativa di Beirut: la mobilitazione dei profughi palestinesi preoccupati di essere nuovamente dimenticati al tavolo delle trattative e abbandonati a se stessi in Libano dove sono costretti a vivere senza alcun diritto, neppure quello al lavoro, alla sanità, all'istruzione; il ritiro israeliano dal Sud, che oltre a dare al paese un nuovo orgoglio nazionale ha riportato alla ribalta tutti gli altri problemi ignorati sull'altare dell'unità per "liberare il paese"; il nuovo clima creatosi a Beirut con la salita al potere in Siria di Bashar Assad; le ultime elezioni politiche che hanno segnato lemergere di un aperto dibattito sulla presenza siriana in Libano (presente con 36.000 soldati e 600.000 lavoratori immigrati); il blocco del processo di pace sia sul fronte siriano per quanto riguarda il Golan sia su quello palestinese.
E soprattutto, in seguito al ritiro israeliano dal sud, l'incalcolabile effetto psicologico per i palestinesi di poter vedere per la prima volta da oltre venti anni direttamente il loro paese, la "terra del latte e del miele", di là del confine libanese. Di vedere sia i propri parenti sia i coloni israeliani all'opera su terreni che una volta appartenevano a quelle famiglie che ora vivono negli squallidi campi profughi in Libano.
L'iniziativa di commemorare quei duemila palestinesi - ma anche libanesi, siriani, egiziani e kurdi - uccisi nel 1982 durante l'occupazione israeliana della città, è stata presa non solo in Libano - dove la nostra delegazione ha attraversato con una marcia il campo di Sabra e Chatila raggiungendo la fossa comune - ma anche a Washington, Londra, Haifa, Betlemme, Ramallah.
Nella capitale americana una manifestazione per il "diritto al ritorno" dei profughi palestinesi nel loro paese si è conclusa davanti alla Casa Bianca mentre a Londra un analogo evento ha visto la presenza del deputato arabo-israeliano Azmi Bishara e dell'esponente della sinistra laburista inglese Tony Benn. Comune a tutte queste iniziative la volontà di ricordare il massacro di Sabra e Chatila e di porre nuovamente al centro del dibattito, e delle trattative con Israele, il fatto che nessuna pace sarà mai possibile senza una soluzione della questione palestinese, impersonata dall'esistenza di oltre cinque milioni di esuli (350.000 solo in Libano) sulla base del principio del diritto al ritorno dei profughi nella propria terra sancito dalla risoluzione numero 194 dell'Onu. Nonché dalla convenzione di Ginevra e dal diritto internazionale. Basti pensare che la guerra in Kosovo venne giustificata proprio con la necessità di far tornare i profughi nelle loro case.
Gli incontri più importanti
La delegazione recatasi a Beirut nel settembre del 2000 ha incontrato il presidente della repubblica, Emile Lahoud, il vice presidente del parlamento, rappresentanti di organizzazioni libanesi e palestinesi, ed infine il presidente della commissione esteri della camera, Ali Khalil, che si è impegnato a sollecitare il governo a dare una degna sepoltura alle vittime del massacro sostenendo una iniziativa in tal senso del comune di Ghibayreh.
Il presidente Lahoud, cristiano maronita, nonché ex generale e capo dell'esercito, ha esposto la posizione ufficiale del suo paese nei confronti dei problemi dei profughi favorevole ad una applicazione della risoluzione dell'Onu 194 che sancisce il diritto dei palestinesi a tornare alla propria terra ed è contraria ad un processo di insediamento dei profughi in Libano. Una posizione condivisa dalla nostra delegazione che però ha ricordato al presidente come, in attesa del ritorno in Palestina, occorrerebbe dare ai palestinesi almeno una parità di diritti nel campo del lavoro, della sanità della istruzione, della scuola. Il presidente libanese ha ricordato poi come in realtà non vi potrà essere alcuna pace in Medio oriente senza una soluzione giusta del problema palestinese e si è mostrato possibilista sul miglioramento delle condizioni di vita dei profughi in seguito ad un intervento, attraverso l'organismo dell'Onu per i rifugiati, l'Unrwa e della comunità internazionale. In ogni caso il fatto che il presidente libanese abbia ricevuto una delegazione i cui scopi erano ormai noti a tutti accompagnata per di più dai rappresentanti delle Ong palestinesi, costituisce un fatto di grande novità e importanza.
Assai cordiale l'accoglienza del sindaco del comune di Ghibayreh, alla periferia sud di Beirut, dove sorge Chatila, Mohammed Said Al Qamsa, secondo il quale ai palestinesi, in attesa del loro ritorno in patria andrebbero date pari opportunità con i loro cugini libanesi. In una grande sala del comune il sindaco ha poi ricordato l'intenzione dell'ente locale da lui presieduto di impedire innanzitutto che sulla fossa comune ci sia fatta passare una nuova autostrada o vi sorgano edifici di abitazione come invece sarebbe nei piani regolatori per la zona. A tal fine il comune ha inserito una variante al piano regolatore con la quale larea della fossa comune allingresso del campo di Chatila (per quanto riguarda le altre fosse comuni il governo di Beirut sino d oggi ha impedito che venissero scavate o in alcun modo identificate) viene definita ufficialmente come luogo di sepoltura. Contro tale decisione i proprietari del terreno hanno fatto ricorso alla magistratura e al governo libanese che ha chiesto informazioni al sindaco. Questultimo, da parte sua, ha ribadito la volontà dellente locale di acquisire in ogni caso larea della fossa comune, salvo indennizzare adeguatamente i proprietari. Il comune inoltre, una volta acquisito il terreno, intenderebbe dare via libera alla costruzione di un memoriale dell'eccidio del 1982. Magari dopo aver indetto con il quotidiano As Safir e con il Manifesto un concorso internazionale sulla sistemazione della fossa comune.
Lo stesso obiettivo è stato espresso dal presidente della commissione esteri della camera libanese Ali Kalil (assai vicino al presidente del parlamento Nabih Berri leader del movimento Amal tradizionalmente ostile alla presenza palestinese in Libano) che si è impegnato a parlare della possibile sistemazione dell'area della fossa comune con i deputati di Beirut e di studiare con loro le possibilità di un passo concreto del governo in appoggio al comune di Ghibayreh. La nostra iniziativa quindi sino ad oggi è riuscita a porre di nuovo sulla scena politica libanese la necessità di ricordare il massacro del 1982 e dato di nuovo coraggio ai profughi in Libano sottoposti ad ogni genere di discriminazioni e di pressioni. Sul piano pratico larea è stata pulita, sistemata e allingresso, ora chiuso, è stato posto un cartello che indica lesistenza della fossa comune. Inoltre pur essendo sempre utilizzata in parte come discarica di un vicino mercato viene comunque (in occasione dellarrivo di qualche delegazioni) periodicamente pulita. Risultati che vanno consolidati nella direzione di una sistemazione permanente dellarea e di nuove iniziative storico culturali tendenti ad incoraggiare la ricerca storica e la produzione di opere divulgative sugli eventi del 1982. Tra queste rientra anche la richiesta presentata da alcuni giusristi americani come Francis Boyle per lincriminazione di Ariel Sharon, il ministro della difesa israeliano del tempo, responsabile del massacro.
Nel corso del viaggio a Beirut la delegazione italiana ha anche visitato, oltre ai campi profughi di Sabra e Chatila, quelli di Ain El Helwe, Rachidiye, Bourj el Chemali e le località del Libano meridionale dalle quali lesercito israeliano si era appena ritirato. Numerosi gli incontri con le principali forze politiche palestinesi, le Ong palestinesi e libanesi, e con il numero due del movimento della resistenza islamica libanese degli Hezbollah, Sheik Naim Kassem. Questultimo ha ricordato la necessità di un approccio equilibrato alle vicende del medioriente dove la comunità internazionale fino ad oggi, ha adottato una politica dei due pesi e due misure accettando le continue violazioni delle risoluzioni dell'Onu e della legalità da parte di Israele
Cosa fare nel futuro?
Tra i risultati concreti della nostra inizaitiva, oltre ad aver approfondito la situazione libanese e soprattutto le condizioni dei profughi palestinesi vi è senza dubbio la decisione del sindaco del comune di Ghobeiry, Mohammed Said Al Qamsa, del movimento Hezbollah, di rimuovere periodicamente le immondizie che si accumulano sullo squallido campo sterrato alla periferia di Chatila dove sorge la fossa comune e l'approvazione, da parte dello stesso comune, della variante del piano regolatore grazie alla quale quest'area non è più destinata alla costruzione di palazzi da abitazione ma ad un cimitero ufficiale. Una decisione però contestata dalla famiglia proprietaria del terreno che ha fatto ricorso presso il tribunale. Nonché dai gruppi edilizi che hanno messo gli occhi sulle aree dei campi palestinesi di Sabra e Chatila tra laeroporto e la nuova città sportiva.Vi è inoltre il fatto che grazie alla nostra iniziativa i palestinesi, anche se sotto le bandiere dei gruppi dissidenti pro-Damasco che controllano i campi del centro e del nord Libano, hanno potuto di nuovo scendere in piazza a manifestare con le loro bandiere per le strade di Sabra e Chatila. Un risultato per il quale abbiamo ricevuto il plauso di tutte le organizzazioni palestinesi anche di quelle non presenti in quei campi come al Fatah. Molto importante inoltre il fatto che il gruppo sciita di Amal, normalmente contrario a qualsiasi iniziativa a favore dei palestinesi, per la pressione da parte dei media e dellopinione pubblica, popolare, dei gruppi palestinesi sostenuti da Damasco, per quella del movimento sciita più radicale degli Hezbollah e infine per il desiderio del segretario del partito Nabih Berri di non rovinarsi i rapporti con il nostro paese ( che ha spesso finanziato lorganismo per la ricostruzione del Libano meridionale da lui controllato) non solo non ha ostacolato la nostra iniziativa ma anzi vi ha preso parte. Una vittoria politica molto importante per i palestinesi.
La campagna ha avuto quindi un pieno successo: il nostro impegno è quello di continuarla fino a quando non sarà onorata la memoria delle vittime e per far questo saranno importanti tutte quelle iniziative di sensibilizzazione, da quelle parlamentari al sostegno concreto attraverso azioni di cooperazione e gemellaggi, per far sì che: larea in questione sia assunta dal comune di Ghobeiri; che il memoriale dell'eccidio, sulla cui costruzione si pensa al lancio di un concorso internazionale; sia costruito nel più breve tempo possibile; che nell'ottica del rifiuto della naturalizzazione e dellaffermazione del diritto dei profughi palestinesi al ritorno sancito dalla risoluzione 194 delle Nazioni unite, i rifugiati nel frattempo possano godere dei più elementari diritti umani ed economici. Per queste ragioni il prossimo diciassette settembre 2001, rispondendo anche ad una sollecitazione in merito delle Ong libanesi e palestinesi, la nostra delegazione tornerà a Beirut per esprimere di nuovo la necessità di "Non dimenticare Sabra e Chatila" perché nulla di simile abbia più a ripetersi.
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