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Dall’inferno alla città santa

Chi dice che uscire da Ramallah sia sempre molto più facile che entrarci evidentemente non ha passato quello che ho passato io nel viaggio di ritorno. Ospedale dei martiri di Al Aqsa, mezzogiorno di coprifuoco del secondo giorno d’Aprile. Da dietro i vetri la città si mostra spettrale, avvolta nel più fitto diluvio che si sia visto nel corso di sette giorni di pioggia immancabile. Si capisce subito che il vento spingerà l’acqua fino in fondo alle ossa perché, da quel che sembra, bisognerà camminare per un po’. Luisa Morgantini, con invidiabile non calanche, ci fa subito presente l’eventualità di essere “impallinati”. Ci è stata offerta una scorta dal governo israeliano che prontamente è stata rifiutata, e c’è il caso che qualcuno se ne sia avuto a male. Il gruppo è composto da estranei che non c’entrano nulla l’uno con l’altro. Io parto da sola, non conosco nessuno. La prima di una serie sterminata di conte utili a verificare che nessuno si sia perso ci accompagna all’uscita dall’ospedale: siamo diciassette… e già il numero non fa sperare nulla di buono. Le indicazioni di Luisa non suonano poi tanto rassicuranti: non possiamo conoscere il tragitto in anticipo, avremo indicazioni lungo la strada. Quello che sappiamo è che si deve arrivare al centro stampa dove ci attendono le nostre guide. Partiamo in gruppo, pettorine bianche e mani aperte ben in vista, quasi si trattasse di una processione. Del resto siamo in terra santa e un po’ di apparente tensione mistica non è certo fuori luogo. Al primo incrocio si avvia il gioco imbarazzante che ci accompagnerà per l’intero tragitto: si tratta di scegliere la vittima sacrificale. Una cavia deve avanzare prima degli altri per mettere alla prova l’umore dei cecchini. Il primo turno spetta allo straniero, un medico inglese che conosce bene l’arabo (il che fa pensare a tutti – non ho ancora ben capito per quale ragione – che abbia esperienza dei luoghi e sia per questo il più adatto a saggiare l’occhio indiscreto dei militari appostati sui tetti). Fiato sospeso per pochi secondi e poi via, sulla destra, per la strada che scende muta giù a valle. Da dietro le sbarre di una finestra socchiusa arrivano le prime indicazioni. Parole incomprensibili pronunciate con toni familiari ed accompagnate da gesti eloquenti si inseguono, angolo dopo angolo, con inaspettata puntualità. Nel giro di mezz’ora la rete palestinese ha intrecciato informazioni lungo i nodi distribuiti in ogni singola abitazione. Nessuno dei cittadini di Ramallah può mettere il naso fuori di casa, nessuno ci ha mai visti, eppure sembra che tutti sappiano esattamente chi siamo e cosa siamo venuti a fare. Lavorano coralmente per renderci la vita più facile. Forse, addirittura, per salvarci la pelle. Adesso avanziamo con più sicurezza, tra palazzi in costruzione e scheletri di automobili schiacciate ai margini della strada dalla furia distruttiva dei “tank”. La consapevolezza del pericolo si abbassa, e non è un bene. La vista di una città fantasma, vocata al martirio, altera la percezione del rischio e invita a spingere il passo con sempre maggior decisione. Ma le sorprese devono ancora venire. La prima si affretta a raggiungerci con una qualche invadenza. Rumore assordante, cingoli sull’asfalto, fragore che sa di guerra. Con ogni probabilità si tratta di un carro armato, ma l’eco che rimbalza su e giù per la vallata rende impossibile capire da che parte provenga il rumore. Il cannone spunta da dietro un dosso, con la bocca rotonda che ci guarda dritto in faccia. Il tank avanza e noi, immobili, aspettiamo di capire. Facendo tesoro dei filmati proiettati sul piccolo televisore dell’Hotel Ramallah si muove uno solo di noi e va incontro al cannone che lo tiene sotto tiro. Un paio di frasi, un cenno del nostro “fortunato” ambasciatore e, quasi ad ingoiare il cuore, sfiliamo lentamente al fianco del mostro da guerra. Quando hai di fronte un poliziotto, un soldato ecc. hai di fronte, tutto sommato, qualcosa di umano. Hai la possibilità di guardarlo negli occhi, rubare intenzioni, trasmettere un qualcosa di te che immagini possa essere persuasivo, possa servire a salvarti le penne. Un tank è un tank e basta. Non ha occhi, non ha sensi, non ti riesce di immaginare che possa avere clemenza o comprensione. Non è possibile percepire l’umore di un carro armato perché un carro armato è sempre e comunque molto incazzato. Ti tocca aspettare. Ti dici “a sto’ giro come va’, va’”. E a noi, per fortuna, è andata bene. “Tank” you! Poche curve più sotto compare “finalmente” il media center. Ci aspettavamo qualcosa di vivo, voci amiche, qualcosa di familiare tipo un cameraman dall’accento spiccatamente americano della CNN o che so io. Ma il palazzo è un guscio annerito dal fuoco. Questa volta è il mio turno e già mi pento di non essere andata avanti per prima all’ultimo incrocio. Mi vengono in mente le indicazioni, ai limiti del grottesco, che ci hanno dato in ospedale: “hallo, hallo!… italian people, pacifist people…hallo, hallo!..”. le parole si perdono nel fumo e rimangono, fatalmente, senza risposta. Il media center è deserto e lo sconforto corre il rischio di sfumare in una drammatica diffidenza nei confronti dei Palestinesi che ci hanno promesso aiuto. Le smentite arrivano solo cinque minuti più tardi dentro un paio di jeans e fazzoletti bianchi nelle mani. Da una vettura decisamente sgarrupata scendono due ragazzine palestinesi col sorriso sul volto che ci invitano a seguirle. Non ci sono auto, furgoni o mezzi di altro genere. Ci toccherà a piedi fino a chi sa dove, sotto un diluvio veramente torrenziale. Gambe pesanti e cuore in gola, seguo il piccolo convoglio con la testa bassa. Ogni rumore si amplifica trasformandosi in rombo di pensieri veloci, preoccupazioni convulse, ipotesi di comportamenti da tenere nel pericolo. Nella strada secondaria di un piccolo villaggio ritorna la vita, messa a repentaglio dai rastrellamenti e difesa dai fucili sulle spalle. Sono uomini dell’esercito popolare, palestinesi in armi che tenteranno di resistere alla più grande rappresaglia israeliana che si ricordi da queste parti. Ci fermiamo davanti ad un portone. Due tocchi e lo stipite si allenta lasciandoci scivolare uno dopo l’altro. Ma non c’è una casa o un cortile. È un passaggio segreto per farci sfilare fuori dall’inferno. Oltre la porta la campagna. Non credevo che i miei 45 chili per un metro e sessanta potessero accumulare tutto il fango che mi sono portata a Gerusalemme. Abbiamo camminato, strisciato, ci siamo nascosti, piegati, accartocciati, azzittiti…per sfuggire ad uno dei più potenti eserciti del pianeta. Le nostre guide lo hanno sfidato un numero infinito di volte, tastando il terreno per verificare che non fosse minato, sporgendosi dai muretti, da dietro i tronchi, dalle alture rocciose. Avevamo l’impressione di vagare senza meta, senza punti di riferimento, senza un percorso, e abbiamo scoperto poi di aver battuto l’unico passaggio agibile che permettesse di uscire da Ramallah il pomeriggio del 2 Aprile. Il passaggio utilizzato dal Fronte Popolare, il solo sconosciuto ai soldati dell’esercito israeliano Ci è stato chiesto di tacerne i segreti, di dimenticare la strada percorsa. Ma sono certa che nessuno di noi sarebbe mai capace di ricordarla. Arrivata al check point di Al Ram, aggirata Kalandia, ricordo di aver sentito il cuore diviso in tre. Una parte contenta di essere in salvo, l’altra sgomenta per il destino di un popolo senza terra e, forse, drammaticamente senza futuro. La terza, la più intima e preziosa, lasciata a Ramallah, ai miei compagni rimasti in trincea.

Giulia Santoro


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