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Gerusalemme Est, ultimo giorno di marzo, mezzogiorno verso il fuoco. Il furgoncino da nove posti si riempie rapidamente di un'ilarità del tutto fuori luogo. Siamo saliti in dodici, felici di essere insieme, sedendoci l'uno sull'altro come nelle automobili che partono per una qualunque pasquetta fuori porta. Stralunati. Davanti all'Hotel Ambasciator le braccia si muovono inquiete per salutare i compagni che vanno. Piazza conclude il rituale con un "forza Bologna" buono per tutte le stagioni, anche le più fredde ed incerte. Il furgone sobbalza veloce su e giù per le strada di Gerusalemme, fino ad imboccare la buy pass road versoKalandia. Al check piont di El Ram passiamo rapidi come schioppi. "Ma non era il check che abbiamo provato a forzare in trecento per ben tre volte negli ultimi due giorni?". Max, occhi taglienti dietro la sua inseparabile telecamera, è quasi sarcastico. Ha perso molte ore di immagini che sarebbero state preziose per raccontare questo macello e tirare su due lire. Ma adesso è arrivato il suo turno. Avvolgerà nel nastro del girato ogni minimo dettaglio. Sono i dettagli ilsuo modo di vedere le cose. A Kalandia, sul curvone, scartiamo a destra lasciandoci sul fianco i sacchi di sabbia che sorreggono le mitragliatrici puntate sulla strada. Sono i militari che ci hanno respinti al primo tentativo di passare il check, con un sorriso beffardo trincerato dietro l'M16 da combattimento. Tante grazie, messi così ci vuol poco a sorridere... Ma stavolta li facciamo fessi noi. Duecento metri più avanti i Palestinesi costruiscono in un battibaleno un muro fatto di camion e furgoni. L'operazione è collaudata e gli autisti sono veri e propri ingegneri. Ora siamo coperti e la manovra è un lampo: il furgone sterza a sinistra e scivola giù per lo sterrato fino al cantiere che si intravede ai piedi della collina. E' il luogo del cambio di vettura perché il sentiero fra le rocce va percorso a piedi. Una ottantina di metri a passo svelto e siamo sulla strada, in mezzo ad un gruppo di giovani Caronte del posto che devono traghettarci a Ramallah, nel cuore dell'inferno. Sette per taxi questa volta, perché bisogna viaggiare spediti in una sorta di gincana che, nelle curve, somiglia decisamente ad un relly. Sta a vedere che, nel mezzo di una guerra, ci lasciamo la pelle in un incidente stradale! Le vetture si incrociano, i Palestinesi si scambiano occhiate eloquenti e qualche parola gridata a mezza voce. Somiglia al codice dei contrabbandieri, usato per scambiarsi informazioni su pericoli, posti di blocco, sbirri in agguato pronti a saltarti addosso. Gulp! Piccola differenza... al posto delle sigarette cisiamo noi. La periferia è desolante. Case in costruzione e case bombardate corrono lungo i lati delle strade fino a confondersi. Negli angoli più riparati, all'ombra delle costruzioni più alte, c'è una vita di borgo, con occhi che si intendono al volo, incuriositi dal nostro passaggio. Le donne sono più indaffarate degli uomini, come in ogni angolo della terra, e i bambini ci salutano con il segno di vittoria, a dirci che sanno chi siamo. Non c'è nulla che si possa vincere, né loro, né tantomeno noi, ma questo i bambini non lo sanno, o possono permettersi di fingere di nonsaperlo. Massimo dei 99 dice che alcune zone di Napoli sono esattamente così, ma non gli credono neanche i meridionali. Sbuchiamo a un certo punto su una strada più larga, due corsie divise da un marciapiede come le nostre circonvallazioni, ma le vetture le percorrono entrambe nei due sensi di marcia. Mi chiedo cosa conti da queste parti il codice della strada, poi mi giro, mi accorgo che nella direzione opposta a quella che abbiamo preso c'è una lunga barricata fatta di ferraglie e cemento e capisco di essermi fatto una domanda del cazzo. In un posto in cui il senso delle cose vacilla in continuazione i sensi vietati sono veramente l'ultimo dei problemi... Un chilometro circa e imbocchiamo una stradina che scende sulla sinistra. Un grosso cubo di cemento ostruisce una parte del passaggio lasciando un varco appena sufficiente a far passare il nostro furgone. Qualcuno deve aver preso le misure dei taxi... e le contromisure nei confronti dei mezzi dell'esercito israeliano. Non male come trovata. Pochi metri ancora e la periferia di Ramallah ci circonda e ci ammutolisce. Case basse e bianche sospendono i pensieri tra un invernale insolito litorale pugliese e il fantasma di una città che ha perso colore sotto il peso della pioggia e del tempo. Per le strade nessuno. La calma, unita alla consapevolezza dello stato di guerra, non basta ad innervosire la compagnia. Siamo dove dobbiamo essere. Pochi metri ancora e scioglieremo la tensione in una tazza di caffè al bar dell'Hotel Ramallah. E' l'appuntamento che abbiamo preso con gli altri confidando nell'inguaribile ottimismo di Luca. I compagni ci aspettano e nessun convoglio ha incontrato intoppi. Fino a qui tutto bene. E' l'ultimo pensiero famoso. Dietro la curva di una strada asfaltata compare la sagoma di un "tank" dell'esercito israeliano. No, non è una sagoma. E' un carro armato decisamente molto vicino, troppo vicino. Un carro armato che non ha nessuna intenzione di stare a guardare. Il taxi inchioda mentre i cingoli cominciano a macinare l'asfalto. Retromarcia fulminea e di tutto sterzo, come in un inseguimento di Stasky ed Huch, mentre il tank continua ad avvicinarsi. L'autista ingrana la prima ma lo spazio per l'inversione è ancora troppo ridotto. Ancora retromarcia e il carro armato ruggisce a pochi metri da noi con un maledetto cannone puntato sulla strada. Qui le cose si mettono male. Se non riusciamo a girare siamo fatti. A questi non gli e ne frega un cazzo dei nostri straccetti bianchi di Action for Peace questi fanno la guerra questi hanno detto coprifuoco e qui quando dicono coprifuoco vuol dire che fanno fuoco su qualsiasi cosa si muova allo scoperto. Questo diavolo di carro armato corre non è mica lento come dovrebbe essere un coso brutto, goffo e tozzo che pesa tonnellate. Io i carri armati li ho visti solo nelle sfilate in Piazza Santo Oronzo, a due passi dal Cesare Battisti, la scuola elementare di Lecce. Avanzavano lenti come lumache sotto i flash delle fotografie e in mezzo allo stupore dei bambini. E invece no. Questo corre e ci raggiunge e siamo una schiacciatina di carne con le pettorine bianche che diventano formaggio che sispalma da tutte le parti... Con un'ultima sterzata sfioriamo il marciapiede e riusciamo ad invertire il senso di marcia lasciando sulla strada un po' di millimetri di gomma di copertone. Noi avanti e il carro armato dietro. Surreale. E' stato quello il momento in cui io, Massimo e Giulia abbiamo il colpo di genio. Tiriamo giù la testa schiacciandoci sui sedili. Ci abbassiamo come i rapinatori scaltri in fuga dagli sbirri con una buona mira. Come se si potesse schivare, tenendo giù la testa, una cannonata di un tank. Non ci credo! Stiamo correndo verso un incrocio, il tutto nel giro di una trentina di metri o poco più. Dalle finestre di un palazzo, poco oltre l'incrocio, si vedono un paio di bagliori. Sono cecchini. Sotto il palazzo, su una strada che scende, un secondo carro armato viene verso di noi. Già, le emozioni di un carro armato alle spalle non sono raffrontabili alle emozioni di un panino di carri armati e cecchini. Qui si fa imbarazzante. I Rocho da una parte, i Bukster dall'altra e noi nel mezzo, fuori dalla pellicola di un film di Sergio Leone. Non ho il tempo di figurarmi una resa, o una frittata, che, ultimo salvifico colpo di scena, il taxi scarta a destra e imbocca una stradina stretta stretta, prima dell'incrocio. La stradina dell'Hotel Ramalla che ci aspetta dopo un un'allegra curvetta. Voliamo giù dalla vettura con la risata appena un po' nevrotica di chi l'ha scampata non si sa per quale santo in paradiso. Siamo in Hotel, tra le braccia dei compagni che proprio non si spiegano la ragione di tanta ilarità. In Italia la prossima carica della celere di Bologna sarà come un Mahnattan servito al tavolino. Rilassante. Sta a vedere che sarà la volta che mi faccio male sul serio... Federico Martelloni |
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