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Ospedale di Ramallah, primo pomeriggio del secondo giorno d'Aprile.

Sulle scale che portano al reparto di chirurgia le parole del primario gelano l'aria, già fredda, che stiamo respirando sin dal primo mattino: "Nelle ultime quarantott'ore non è stato ricoverato un solo ferito. Per strada solo esecuzioni sommarie...". La frase si ferma a mezz'aria, sospesa in un silenzio tagliente proprio all'altezza della bocca dello stomaco. Siamo davanti alla porta a vetri, che si apre e si chiude ad un ritmo inquietante. A scandirlo è il passaggio di mezzi pesanti sulla strada antistante. Ogni rumore un brivido. Ogni brivido un pericolo concreto. E non c'è un solo allarme ingiustificato nel cuore di una guerra. Abbiamo le pettorine bianche sopra i K-way, ma non sono pettorine "d'ordinanza". Si tratta di stracci bianchi ricavati dalle federe di un cuscino, dal lembo di un lenzuolo, dagli asciugamani dell'Hotel Ramallah dove abbiamo trascorso la notte più rumorosa della nostra vita. Abbiamo chiuso gli occhi su un rastrellamento compiuto a poche decine di metri da noi. Spari e cannoni senza tregua. Sonno concesso da una sintesi angosciante di stanchezza e senso d'impotenza. Abbiamo raggiunto l'ospedale con un piccolo corteo che ha attraversato una città muta e deserta, con i passaporti in mano a proteggerci dal coprifuoco e l'andatura lenta di chi non ha alcuna intenzione di mostrarsi troppo sicuro di se. Non si può essere sempre sicuri che il "fare la cosa giusta" sia la cosa giusta da fare. Almeno quando c'è la vita in pericolo. Siamo davanti all'ospedale e aspettiamo. In questo primo pomeriggio di pioggia non ci sono incarichi. Nessuna ambulanza da scaricare, nessun ferito che possa essere trasportato in infermeria. Niente. Solo aspettare. Ci sono momenti in cui l'attesa, l'inazione sono sintomo di inutilità, indice d'insufficienza. Qui non è così. Abbiamo l'impressione che si stia dando un segnale importante. Forse, addirittura straordinario. Stiamo facendo quello che dovrebbe fare l'Europa, l'ONU, la diplomazia internazionale o non so chi altro. Piccole cose che sembravano impossibili. Entrare a Ramallah nonostante i divieti, muoversi nonostante il coprifuoco, donare il sangue negli ospedali sotto assedio, distribuire viveri e medicinali al centro dei cannocchiali dei cecchini israeliani. Adesso, a non far nulla, abbiamo un ruolo diplomatico. "Diplomazia dal basso", l'abbiamo chiamata. Esserci. Forse non è molto. Ma non è nemmeno poco. Siamo i soli ad essere qua e stiamo mostrando al mondo che, se gli ultimi coglioni della terra possono fare delle cose a Ramallah, la latitanza delle diplomazie ufficiali è una latitanza colpevole. Imperdonabile. Criminale. Non fanno nulla perché non vogliono fare nulla. I medici ci offrono un caffè caldo, annacquato, come sono sempre i caffè di queste parti. Il fumo e il profumo si disperdono nell'aria inumidita dalla pioggia. La guardiamo immobili mentre continua a rovesciarsi sulla strada. Adesso non si sentono spari. Il paesaggio è invaso da una calma precaria e irreale. Alle nostre spalle, una donna, col capo coperto, sguscia fuori dalla porta dell'ospedale. Prima di scendere le scale ci lascia un sorriso, quasi volesse ringraziarci. I passi sono timidi, esitanti. Ma la ragione è del tutto accidentale: è stata dimessa oggi dopo qualche giorno di convalescenza. Una caviglia fratturata. Nulla, a fronte dei massacri che stanno sconvolgendo la sua città, la sua gente. Ha deciso di tornare a casa. Non importa che i militari siano sui tetti, con il fucile piantato sulla spalla. Lei deve tornare a casa. Ci sono affetti, relazioni e abitudini alle quali nemmeno una guerra può costringerti a rinunciare. Se ne immaginasse la fine, o almeno una tregua, una sospensione, forse potrebbe aspettare. Ma questa è una guerra permanente. Non si può rinunciare a tutto, sempre. Con questa guerra si impara a convivere. Piccola di statura, si curva leggermente in avanti per proteggersi dall'acquazzone facendosi ancora più piccola. Un passo dopo l'altro supera il cancello e sbuca sulla strada girando a sinistra. Avremo sentito i colpi una manciata di secondi più tardi. Tre. Uno a vuoto, uno al petto ed uno alla gola, poco sotto l'orecchio. I cecchini hanno sparato anche verso i compagni che volevano raccoglierla costringendoli a lasciarla per la strada. Immobile. Morta. A noi, un gruppo di ragazzi italiani che nemmeno conosce, ha dovuto lasciare l'ultimo sorriso.

Parcheggio dell'ospedale dei martiri di Alaqsa, mezzo pomeriggio.

Il rumore della scavatrice è addirittura più forte di quello che producono i carri armati muovendosi sulle strade. La terra e il catrame vengono ammucchiati sul lato. Serviranno da comodo piedistallo per i giornalisti e poi, più tardi, saranno utilizzati per ricoprire il fosso. Preludio insolito per un funerale. In ospedale è terminato il gas refrigerante per i cadaveri e alcuni operai stanno scavando una fossa comune. Il comando militare israeliano ha negato la possibilità del rifornimento e ha scelto, invece, di concedere un'ora di sospensione del coprifuoco. La tregua permetterà, a stranieri e giornalisti che ancora non lo avessero fatto, di abbandonare la città. E servirà ai palestinesi per seppellire i loro morti prima che vadano in putrefazione. Due piccioni con una fava. Un piccolo pezzo di città ricomincia a popolarsi. Incredibilmente. Donne, uomini e bambini invadono la strada che passa davanti all'ospedale e conduce al parcheggio. Ventinove morti. Ventinove famiglie, più qualche amico. I passi sono frenetici, convulsi. La gente va su e giù per la via. E' come se i corpi scoprissero, per la prima volta, la possibilità del movimento. I volti invece raccontano un'altra storia. O meglio, la stessa storia ma da un altro punto di vista. Sono attoniti, solcati dalle lacrime, segnati dall'angoscia. Impietriti. Una fossa non è sufficiente e il braccio meccanico del macchinario da lavoro ne scava un'altra poco distante. Nel frattempo ci sono uomini che sistemano sul fondo della prima dei pancali di legno, affinché i corpi possano essere sistemati uno accanto all'altro, su più strati, nel tentativo di evitare che se ne faccia un mucchio indistinto. Quando il motore della scavatrice si azzittisce intorno al parcheggio si è già accalcata un sacco di gente. Non ci sono curiosi, e, allo stesso tempo, sembra che gli stessi membri delle famiglie delle vittime di questo massacro siano incuriositi da quello che accade. Rabbia e disperazione mischiati a stupore e incredulità. I corpi arrivano in processione, uno dopo l'altro, avvolti in lenzuoli bianchi. Sopra c'è scritto un nome, e i parenti prossimi si affannano a leggere, a riconoscere, a salutare. Sono sacchi senza vita che vengono adagiati in una fossa irregolare scavata in un parcheggio nel giro di mezz'ora. E' una procedura che va consumata in fretta, prima che ricomincino a sparare, sotto decine e decine di flash dei fotografi e sotto gli occhi delle telecamere intente a documentare altri occhi. I più giovani o i più logori, i più sconvolti. "Che almeno queste immagini facciano il giro del mondo", ci viene da pensare. Ma non è una magra consolazione. E' un nulla. Una considerazione che vale uno zero assoluto. Il "funerale" non è ancora terminato quando i cecchini ricominciano a sparare. Alcuni restano, la maggioranza va via, senza neanche scappare. Quasi che la rassegnazione superasse lo spirito di conservazione che è in dote agli umani. Poco tempo dopo la strada torna deserta. Non piove più. Cala la sera su una giornata allucinante. Impossibile dimenticare. L'ultimo di molti pensieri corre ad una piccola donna con una caviglia fratturata che ha scelto di andare a casa senza sapere che, di lì a poco, sarebbe stato concesso uno strano momento di tregua.

Federico Martelloni

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