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CONSIDERAZIONI DA QUEBEC CITY (UTILI PER GENOVA) -Uno- Il "popolo di Seattle" e' finito, al suo posto ci sono il "popolo di Okinawa", il "popolo di Napoli", il "popolo di Buenos Aires" e soprattutto il "popolo di Quebec City". Le ultime tre giornate canadesi hanno dimostrato che il movimento globale non e' affatto in crisi demografica (come si temeva dopo Nizza e Davos) se riesce a far leva su specificita' locali e territoriali. In concreto: si e' stati in grado di valorizzare il diffuso sentimento anti-centralista e anti-imperiale del Quebec, rendendo le ragioni della protesta immediatamente comprensibili alla consistente minoranza francofona del Canada. Diecimila dimostranti, dal primo pomeriggio di sabato all'alba di domenica, hanno assediato la cittadella proibita e abbattuto in piu' punti il Muro della Vergogna. Hanno potuto farlo nuotando come pesci nel mare dei quaranta-cinquantamila partecipanti alle due manifestazioni convocate dai sindacati e dal Summit dei Popoli delle Americhe. A loro volta, tutti costoro hanno nuotato nell'oceano della solidarieta' diffusa, in una citta' simpatetica che non si e' chiusa, ha rifiutato il terrorismo psicologico e ha reagito in mille modi allo stato d'assedio. Bar e locali aperti a poche decine di metri dagli scontri esibivano adesivi e cartelli con scritto "FUCK LE SOMMET". I cittadini del quartiere St.Jean Baptiste distribuivano acqua e bicarbonato contro i lacrimogeni. I taxisti davano consigli ai dimostranti sui tragitti piu' sicuri da percorrere. Avviando dinamiche di riterritorializzazione, la pratica supera lo stereotipo mediatico e il rischio concreto dell'"esercito professionale", dei "globetrotters della protesta" che calano come barbari su citta' a loro estranee.
Non c'e' stata alcuna contrapposizione, neppure in termini di sovrapposizione temporale, tra l'azione di strada e il lavoro da "controconvegno" con la partecipazione dei delegati di associazioni e sindacati, di "esperti" alternativi etc. Mentre a Seattle sopravviveva l'illusione di un "confronto" democratico con tanto di osservatori alle riunioni del WTO, commissioni miste fintamente paritetiche, stesura di emendamenti a trattati inemendabili, a Quebec City quest'illusione e' evaporata ancor prima dei gas. Anche il composito mondo di ONG, gruppi ambientalisti, trade unions e intellettuali critici ha rifiutato qualsiasi livello di mediazione e confronto, definendo l'FTAA un "progetto neoliberale razzista, sessista, distruttore dell`ambiente".
L'assenza di divisioni "a monte" non sopprime le differenze, ma determina un'assenza di divisioni "a valle". Checche' ne pensino "esperti" di movimenti anti-globalizzazione che pontificano dalle loro scrivanie romane, a Quebec City non vi e' stato alcuno spazio per l'oziosa, inutile, snervante controversia su violenza e non-violenza. Una volta individuato un obiettivo comune (l'attacco al Muro della Vergogna), si e' avviata una dialettica aperta tra i diversi modi di praticarlo: in questo Quebec City supera Praga con balzi da gigante. Nessuno si e' dissociato dalle azioni di nessun altro o ha cercato di dare lezioni su quale fosse *IL* modo di praticare l'obiettivo. La stessa logica "gruppettara" delle identita' predefinite (il "blocco blu" tira le molotov, il Black Bloc spacca le vetrine, il "blocco giallo" fa la disobbedienza civile e tutti gli altri sfilano il piu' distante possibile) e' stata messa da parte perche' ormai inadeguata. A migliaia si sono staccati a piccoli gruppi dal corteo sindacale, e non erano "i soliti estremisti che cercano di deviare il corso di un corteo altrimenti pacifico": molti di loro erano gli stessi attivisti sindacali che il corteo l'avevano organizzato. Molti altri erano cittadini comuni, ragazzi e ragazze delle scuole superiori etc. Ognuno ha fatto la sua parte: gruppi d'azione organizzati agganciavano con rampini e corde i pali di sostegno del reticolato, altri li coprivano tirando sassi, altri rispedivano al mittente i candelotti di gas urticante, altri ancora soccorrevano le persone colpite dai gas, una grande moltitudine faceva da "cuscinetto" e sosteneva il morale di tutti. Quest'interagire ha permesso la distruzione in piu' punti del muro e l'assedio permanente del summit. Non e' stata in alcun modo la recita di un copione scritto dal nemico. L'esempio del "famigerato" Black Bloc e' forse il piu' indicativo. Criticato a Seattle (anche dal Direct Action Network) per lo sfondamento indiscriminato di vetrine, nonostante la demonizzazione continua ha saputo mettere in discussione le proprie pratiche, adottando e adattando elementi delle tute bianche europee, come le imbottiture, gli scudi di plastica e i caschi protettivi. Il fatto stesso di difendere le posizioni conquistate, contrattaccando e superando la vecchia strategia del "mordi e fuggi", li sottrae al ruolo di "schegge impazzite" e li rende una delle sinapsi di un cervello collettivo. Non a caso, sull'Esplanade des Ameriques Francaises, il Black Bloc non ha ricevuto critiche bensi' applausi. Non a caso, uno dei cortei di venerdi' era aperto da un cordone misto di tute bianche e blocco nero. Se ne e' accorto persino l'inviato del "Corriere della Sera" Ennio Caretto: <<Quebec non e' solo Seattle, e' qualcosa in piu'. Ha un significato politico preciso: anche la gente comune si e' mobilitata, il movimento non potra' piu' essere liquidato come una scheggia impazzita dei verdi e degli anarchici. E' destinato ad ingrandirsi, i leader saranno costretti ad ascoltarlo in tutto il mondo.>> (22/04/2001).
L'effetto di questo intreccio di pratiche e' stato visibile a tutti: il muro divelto in piu' punti, tutto l'apparato di sicurezza impegnato nella difesa estrema di piu' varchi fino alla fine del summit. Impossibilitata a gestire sia politicamente sia militarmente un rastrellamento con arresti di massa (tipo Seattle il primo giorno) o una mattanza generale (alla partenopea), la polizia ripiegava sul conflitto "a bassa intensita'". I reparti della polizia canadese si sono sottratti per quanto possibile al contatto diretto coi dimostranti, ricorrendo a un bombardamento a distanza tipo Belgrado '99, sparando a intervalli regolari centinaia di candelotti lacrimogeni, non smettendo fino alla conclusione del vertice. Mentre gli assedianti, favoriti dal forte vento del nord, sono riusciti a proteggersi con maschere anti-gas e a limitare i danni grazie al supporto di tutti, non sono mancati "effetti collaterali" sugli stessi assediati: la quantita' di gas era tale da contaminare i cibi del buffet serale e far chiudere le cucine dell'Hotel Palais Royal.
La frontiera tra USA e Canada si e' trasformata in una lunga cortina di ferro presidiata da ogni genere di polizia. Centinaia di attivisti statunitensi sono stati respinti con ogni genere di pretesto. A volte e` bastato il possesso di un volantino anti-FTAA. Ne ha fatto le spese anche la carovana organizzata dal Direct Action Network e da Ya Basta! di New York, cinquecento militanti che hanno cercato invano di passare con un`azione di disobbedienza civile e l`aiuto dei mohawks della riserva di Akwesasne, tagliata in due dal confine. Solo pochi militanti di Ya Basta! sono riusciti a entrare. A differenza di quello europeo, il movimento nordamericano non si era mai dovuto porre il problema delle frontiere e della loro chiusura. Mentre scriviamo, ormai da quattro giorni decini di militanti sono chiusi in un centro di detenzione amministrativa per immigrati clandestini. Gli attivisti della costa occidentale degli USA e del Canada, con lucidita', hanno rinunciato all'idea di raggiungere il Quebec, e hanno organizzato grandi manifestazioni sul confine tra Vancouver e Seattle e a Tijuana. E' chiaro a sempre piu' persone il legame tra regolazione dei flussi migratori e restrizione della liberta' di movimento e del diritto di manifestare. Uno dei limiti della mobilitazione di Quebec City sta forse nel fatto che il problema della frontiera se l'e' posto solo chi doveva passare e non chi organizzava in loco. Errore da non ripetere.
Sciacquare la tuta bianca nelle acque del St.Laurent. Non possono darsi forme d'azione di piazza che non siano traduzione diretta di un allargamento del consenso e della partecipazione, di una maturazione dell'agire politico. Nulla di quanto e' successo per le strade di Quebec City e' stato fine a se stesso o appartenente soltanto a una dimensione "militare". Cio' riguarda da molto vicino la questione della "disobbedienza civile all'italiana": non e' una tecnica del "tenere la piazza", ma una proposta politica, quella di un metodo in grado di produrre conflitto radicale, di comunicarlo, di costruire consenso intorno ad esso. Non uno schema fisso (peraltro decodificabile e neutralizzabile dal nemico), ma una dinamica che, proprio partendo dal radicamento locale, guadagna nuovi terreni. L'obiettivo e' scelto e condiviso, praticato in forme differenti, conseguito non da questa o da quella "componente" del movimento, ma da una moltitudine in un territorio amico. Questa moltitudine ha legittimato ogni pratica utile ad assediare il summit, buttare giu' il muro, difendere chi agiva in prima persona. Sara' dura per i corvi che gia' gracchiano su Genova svolazzare sui cieli del Quebec. Beppe C & Wu Ming Yi |
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