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Appunti sparsi


Lavorare: verbo intransitivo. Indica l'attività produttiva nell'esercizio di un mestiere, di una professione, di un'arte (Devoto-Oli).

Salvatore non vedrà la chiusura dello stabilimento, tanto meno la riforma pensionistica del 2001. Non peserà sull'economia nazionale vivendo troppo a lungo per le esigue risorse del nostro sistema previdenziale. Del suo corpo si stanno occupando cellule maligne, figlie ingrate verso il loro involucro, scatenate da complicati processi biochimici.
Costruire gomme per auto sempre più veloci può fare male. Adesso Salvatore lo sa e il suo posto alla mensa rimane vuoto, un silenzio circondato dalle parole operaie nella libertà del mezzogiorno.
Anche i compagni di Salvatore lo sanno, prima di lui è toccato a Marcello, a Luca, ad Antonio e a tanti altri di cui si è persa la memoria. Eppure le 540 lettere di licenziamento per "esigenze produttive" gettano tutti nel più nero sconforto: i mutui da pagare sono più immediati del male oscuro. Ma è sufficiente questo per spiegare un comportamento che potremmo riassumere con una domanda: è giusto difendere un posto di lavoro nocivo e rinchiudersi in una logica puramente resistenziale?
Proseguendo: quali possibilità hanno i compagni di Salvatore di fronte alle trasmigrazioni di capitali e di produzione da un paese all'altro all'insegna di profitti sempre più cospicui?
La Goodyear è solo l'ultimo anello di una catena infinita, destinata a srotolarsi nel tempo, e questa catena ha un nome: globalizzazione.
Non è né bella né brutta: esiste e tanto basta.
Vi è un processo in corso governato dal dio denaro: grandi numeri fluttuano nell'etere, oscurando altri numeri.
Nel 1999 in Italia si sono verificati 911.974 incidenti sul lavoro. 1113 persone sono morte. La zona più pericolosa del paese è il mitico nord-est: 279.281 incidenti con 272 decessi. E 130 sono i morti nel settore dell'agricoltura: tre volte la media degli anni '50, quando vi lavoravano 7/8 milioni contro il milione e mezzo attuale (le cifre sono dell'Inail).
Nel 2000 le cose non sembrano affatto andar meglio: 97.020 incidenti e 74 morti nel solo mese di marzo, tre al giorno se si escludono le domeniche. Ma è un record destinato a cadere presto: nei primi giorni di aprile la media è stata di quattro morti al giorno.
Dunque, di lavoro si muore e il concetto di "nocività" si estende al di fuori dello schema che comprende esclusivamente le cosiddette lavorazioni pericolose. D'altro canto si allarga pure il concetto di giornata lavorativa.
Nel suo ultimo lavoro (L'era dell'accesso) Rifkin sostiene che nell'attuale società la vita di ciascun individuo diventa mercato. A questo proposito è interessante osservare che la parola 'mercato', apparsa nella lingua inglese intorno al dodicesimo secolo si riferiva ad uno spazio fisico dove avvenivano scambi di merci e bestiame. Ma già alla fine del diciottesimo secolo il termine aveva smarrito il suo significato originale e veniva utilizzato per descrivere qualsiasi compravendita commerciale.
Se il mercato è un elemento sempre più pervasivo della nostra vita anche il concetto di lavoro ha subito pesanti modifiche strutturali e fisiche. Scompare, o perlomeno tende ad appannarsi, la separazione netta tra tempo di lavoro e tempo libero. La fabbrica, mitico luogo della produzione fordista, non è più il centro strategico della produzione e le otto ore non sono più l'unica unità di misura della giornata lavorativa.

Immateriale: aggettivo. Esente dai limiti e dalle condizioni che determinano e caratterizzano la materia concreta.

Il lavoro immateriale rompe vecchi schemi e traccia nuovi confini, nel senso che li annulla completamente: mette in rete l'intellettualità dilatando a dismisura la giornata produttiva. Basti guardare ad esempio alla caduta di barriere tra la formazione e il lavoro, dapprima separati nella logica fordista. Oggi appaiono in perfetta simbiosi, non solo perché la formazione è lavoro per chi la svolge ma anche perché le viene riconosciuto un valore alto nella riqualificazione della forza-lavoro.
Ricchezza culturale in produzione, per l'appunto. Una moltitudine di soggetti affollano la scena: lavoratori con partita Iva, lavoratori in ritenuta d'acconto, part-time ed altro ancora. Come segno distintivo: precarietà e flessibilità, vissuti come limite ma anche come bacino di possibilità e ricchezza. La separazione annullata. Ogni momento della vita appare, in questa società, in produzione funzionale alla creazione di profitto.
Produzione come riproduzione e viceversa: l'esistenza umana diventa capitale in movimento.

Reddito: sostantivo maschile. L'utile proveniente in un dato periodo di tempo da un'attività o da un impiego di capitale.

Il corpo, la mente di questa nuova forza lavoro si trovano dunque inserite nel circuito della creazione di ricchezza. Forza lavoro globalizzata, mobile e flessibile, disponibile anche solo a tempo determinato.
Ma se questa è la trasformazione già in atto del mercato del lavoro appare insufficiente parlare di salario legato ad una prestazione materiale per la semplice ragione che tutta l'esistenza umana è funzionale al capitale. Il sapere diviene elemento di produzione, ed è per questo che assume una valenza significativa iniziare un discorso sul reddito universale di cittadinanza: un reddito di cittadinanza inteso non solo come mera rivendicazione ideologica, né difesa dall'emarginazione sociale, bensì come affermazione di una possibile autonomia del lavoro vivo dal processo di lavorazione capitalistica.
Un reddito di cittadinanza per uomini e donne atto a ricreare una sfera pubblica non dominata dall'interesse economico. Una rimessa in agire del bene comune che non può essere sganciato da una presa di consapevolezza della sfera privata e dove l'autonomia dal bisogno appare essere un passo essenziale, anche se non l'unico.
Un reddito per "una cittadinanza e una repubblica pienamente sviluppate, concepibili soltanto se associate a persone fiduciose in se stesse, libere dalle paure esistenziali, alimentate dal dominio della flessibilità (Bauman: La solitudine del cittadino globale).
Una misura politica nei confronti di un capitale transnazionale alla ricerca di sempre più facili guadagni e, dunque, di manodopera a basso costo.

Esclusione: sostantivo femminile. Privazione o assenza della possibilità di comparire o di verificarsi.

Il gruppo di uomini non è gradevole da vedersi e stride con la bellezza pungente del mattino. Hanno abiti dimessi e barbe lunghe, le palpebre gonfie di un sonno non riposante consumato chissà dove. Dentro a carrelli metallici trascinano le loro povere cose, tutto il loro mondo che sempre li acccompagna: un lezzo maleodorante li segue, marchio indelebile di una condizione che fa storcere il naso di chi li incrocia sui sentieri del parco. In riva al ruscello accendono un fornelletto e con occhi fissi, in silenzio, attendono il borbottare del caffè.
I loro gesti misurati e discreti si perdono quasi fossero invisibili tra gli alberi.
"E' un'indecenza" esclama il primo passante. Una chiazza di sudore macchia come un timbro una tuta nuova fiammante. "Ha ragione, è uno schifo" incalza una donna "fanno in giro tutti i loro bisogni, sporcano e nessuno dice niente" e si allontana saltellando, i pensieri ristretti da una fascia elastica posta sulla fronte.
Quegli uomini in paziente attesa e soggetti a commenti così impietosi raffigurano, loro malgrado, qualcosa di rimosso dal corpo sociale: l'esclusione da un lato e la paura che questa trascina inevitabilmente con sé.
La paura, il più delle volte inconsapevole, per la verità investe soprattutto i cittadini "normali", infastiditi dallo specchio sgradevole raffigurante una condizione destinata a rompere la tranquillità domestica di un'esistenza. Ma a ben vedere quei commenti ci inducono a un'ulteriore riflessione: la povertà viene ormai percepita come una colpa. Se sei al di fuori del "contesto civile" tua è la responsabilità per non esserti saputo dar da fare? Parola magica che tutto dice e nulla toglie.
Si ragiona sugli effetti, colpevolizzando i soggetti a disagio, ma non sulle cause del disagio stesso. Dalla colpevolizzazione individuale alla repressione il passo è breve (zero tollerance).
L'esclusione sociale è ridotta alla dimensione di una problematica atta all'ordine pubblico. Questi uomini e donne, dalla provenienze geografiche più disparate, che sempre più numerosi affollano le nostre strade, avvolti in sudicie coperte per ripararsi dal rigore della notte, rappresentano l'altra faccia sempre meno nascosta della ricchezza del "primo mondo". Uomini e donne precari e non garantiti dalla vita.
A questi vanno aggiunti altri uomini e donne ufficialmente garantiti, ma che a stento riescono a far quadrare il loro bilancio famigliare: una forbice destinata ad allargarsi. Eppure la nostra appare essere una società ricca, il Pil in costante crescita, aumenta la produzione e gli utili conseguenti, dunque ?

Vertenza: sostantivo femminile. Controversia in attesa di soluzione.

E' necessario lanciare una vertenza sociale che ponga al primo posto la lotta all'esclusione attraverso la riaffermazione di alcuni diritti che consideriamo inalienabili: il diritto alla casa, alla salute, alla libera circolazione di uomini e donne, qualunque sia la loro condizione. Del reddito di cittadinanza universale già si è detto.
Appare utile inoltre continuare l'iniziativa attorno alla riduzione dell'orario di lavoro per i lavoratori occupati, cittadini in quanto detentori di diritti e non cittadini in quanto consumatori.
Ma una vertenza sociale non nasce sulla carta. Può nascere e crescere solo in quella che è la "costituzione materiale" del paese. Non solo nei luoghi "tradizionali" della produzione ma in quella rete di soggetti messi "in lavoro" che vagano nei meandri del sociale, negli interstizi più nascosti del lavoro metropolitano.
E' bene, a questo punto, sgombrare il campo da alcuni retaggi politici del passato. Iniziavo con una affermazione: una vertenza sociale può svilupparsi se lascia sul cammino il suo carattere puramente rivendicativo per misurarsi con il fare propositivo del "fare mondo". E cioè con il proporsi concretamente nella costruzione di un diverso modo "dello stare", inteso come relazione che si ponga al di fuori dello schema competitivo, fino a giungere alla sperimentazione di forme autoimprenditoriali imbevute di tale spirito. Tutto questo ha un nome che suona come una aspirazione: nuova cooperazione sociale.
Si prefigurano luoghi e arcipelaghi di vita dove il "valore umano" assuma una valenza pregnante. Luoghi non necessariamente fisici, ove la molteplicità dei soggetti possa relazionarsi liberamente oltre la logica stringente del profitto nel qui e ora della quotidianità dei bisogni. Più facile a dirsi che a farsi.
Infatti quando si parla di cooperazione sociale il pensiero va immediatamente a quello che viene definito terzo settore, e qui le delusioni non tardano a manifestarsi. Eppure i numeri sono importanti: 3860 cooperative sociali con 120.000 soci per un fatturato medio di 800.000.000, 75.000 dipendenti di cui 10.000 svantaggiati. (Centro studi Gino Mattarelli, 1996)
Importanti ma non sufficienti a lenire i dolori. Troppo spesso il concetto di impresa prevale a scapito di quello sociale e il terzo settore, almeno l'attuale, appare prigioniero di una logica ragionieristica dove la risorsa umana scompare nell'emergenza della sopravvivenza quotidiana. Costi quel che costi. E così nobili fini scivolano nella giornata lavorativa, contenitore di pesanti sfruttamenti.
Per non parlare poi di chi vive il terzo settore come bacino-surrogato per un diverso welfare state, adeguato ai tempi s'intende. L'adeguamento si chiama anche appalto al massimo ribasso, con buona pace per la qualità dei servizi erogati (si pensi all'assistenza domiciliare) e per i diritti dei lavoratori occupati.
No, decisamente non è questa la cooperazione sociale alla quale aspirare e la cui novità sfugge ai più, anche se il terzo settore rimane un ambito da scrutare con attenzione. D'altro canto l'esperienza dei centri sociali appare anch'essa datata e ristretta in un isolamento autoconsolatorio e testimoniale. Poche sono le realtà che continuano a fare produzione culturale, al di là degli eventi organizzati per colmare i brontolii di pancia? "Pecunia docet"? Sia detto senza alcun moralismo. Senza contare i fantasmi residuali che aleggiano in alcuni di questi settori.

Cooperare: verbo intransitivo. Contribuire attivamente al conseguimento di un fine.

Quale il fine della cooperazione? La cooperazione stessa, si potrebbe rispondere. Una ragnatela di rapporti esenti da pretese ricompositive, attenta a valorizzare la differenza come una risorsa preziosa. Non vi è alcun potere da conquistare né palazzi da occupare ma il rimettere in gioco una politica che abolisca nel vissuto qualunque sovranità.
Di questo e altro bisognerà continuare a riflettere.

Sviluppo: sostantivo maschile. In economia, aumento permanente del prodotto nazionale netto per abitante, con implicazioni relative al fattore occupazione, distribuzione della ricchezza.

Non si vuole qui riproporre una discussione capziosa sulla fine o meno dello sviluppo capitalistico: questo lo si vedrà nel corso del tempo. Appare invece concluso un processo culturale e materiale che legava lo sviluppo industriale all'idea di progresso.
Il divario di reddito tra i paesi negli ultimi trentanni è più che raddoppiato. Tra il quinto degli individui che vive nei paesi più ricchi e il corrispettivo dei paesi più poveri il divario nel 1977 era di 74 ad 1. I ventinove paesi dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), con il 19% della popolazione controllano il 71% del commercio mondiale di beni e servizi e il 58% degli investimenti diretti esteri. Le ricchezze dei tre miliardari primi in classifica sono maggiori della somma del Pnl di tutti i paesi meno sviluppati, con i loro 600 milioni di abitanti (dal Manifesto del 7/4/2000).
Dinanzi a queste cifre risulta perlomeno arduo parlare di progresso e appare più che giustificato l' esaurimento di una simile idea. Scompare inoltre nell'idea di sviluppo il senso di illimitatezza, simbolo di una potenza umana elevata a ragione assoluta.
Ora sullo sfondo si delinea il limite delle risorse naturali e della ragione stessa, che dovrebbe costringere l'uomo ad un sincero bagno d'umiltà. Ma lo spettacolo continua: altri fondali ornano il palcoscenico. La Borsa, con la finanziarizzazione dei capitali, è entrata prepotentemente in gioco. Si discute di Tiscali e di Nasdaq come dell'ultima partita di calcio vista in Tv.
L'economia americana (la new economy) è la nuova frontiera: si investe sulla potenzialità d'imprese poco più che scatole vuote, sul virtuale, e si snobbano titoli legati alla produzione materiale. L'avvocato Agnelli è stato soppiantato dai "capitani coraggiosi" che hanno scalato dall'Olivetti fino alla Telecom, con la partecipazione dell'Unipol.
Non è finita: con la "nuova economia" subentrano altre modificazioni che val la pena di sottolineare, seguendo l'analisi di Rifkin. In un prossimo futuro assisteremo ad un cambiamento del ruolo della proprietà privata, che cederà il passo a ciò che viene definito "accesso": secondo questo modello un fornitore mantiene la proprietà di un bene o la titolarietà di un servizio che cede temporaneamente in uso attraverso il pagamento di un canone d'affitto. Ovviamente, com'è facile intuire, non è che scompaia la proprietà ma si ridimensiona il suo ruolo.
Nell'epoca moderna, per lo sviluppo della civiltà industriale, era centrale il possesso di un bene fisico e lo scambio fra venditori e compratori (mercato): nell'era dell'accesso si ridimensiona il ruolo del mercato attraverso una relazione "in rete" tra chi detiene la proprietà e il cliente che paga un accesso temporaneo.
E' in atto, dunque, una potente trasformazione. Biogenetica, biotecnologia sono gli ulteriori campi che entrano in produzione e di fronte a questo trionfo appare sempre più necessaria una riscrittura delle regole sociali, la formazione di un altro quadro giuridico atto a governare i tempi futuri. E' questo lo spirito di Seattle e dell'incontro dell'Ocse. Imporre il dominio e gettare le basi per una nuova era produttiva.
L'Occidente è riuscito a imporre il proprio modello di sviluppo a tutto il pianeta a prezzo della marginalizzazione dei tre quarti dell'umanità. La globalizzazione porta il credo del capitale nelle maquillas salvadoregne come in alcune province cinesi trasformate anch'esse in zone franche, dove salari miserabili vanno di pari passo ad un'assoluta mancanza di diritti per i lavoratori. Eppure di frequente, negli angoli nascosti di questo trionfo, si è sviluppato un mondo che si contrappone in qualche maniera all'idea "industrialista", dove il concetto di società prevale su quello di economia: si tratta di quella che viene genericamente definita economia informale.
L'informale non designa unicamente una realtà economica atipica, invisibile, bensì una società a sua volta indecifrabile, in rapporti problematici con la modernità, né legale né illegale, alla lettera altrove, al di fuori dei quadri di riferimento e dei valori dominanti?" (Latouche: Il pianeta dei naufraghi).
Dalle baracche informi di Korogocho, nella periferia di Nairobi, a Brixton, alle periferie metropolitane delle grandi città americane, è vitale, anche se in condizioni radicalmente diverse, un'economia sociale che non solo consente la sopravvivenza materiale a milioni di uomini e donne, ma enuncia nel suo Dna un'alterità nell'esistente.
Rimanda ad un concetto alto di comunità dove la solidarietà non sia un valore astratto ma un percorso concreto, destinato a superare le distanze e le logiche caritatevoli.
L'esperienza delle botteghe del commercio equo si muove in questo ambito? Ed è possibile sviluppare un altro mercato senza andare ad intaccare la nostra idea di consumo da primo mondo? Non è auspicabile un qualche limite? E tornando alla comunità: di quale comunità parliamo? Sappiamo bene infatti qual sia l'altra faccia, tragica e pericolosa, di questa tematica: etnicità e localismo ne rappresentano la malattia. Non una "comunità delle valli", dunque, ma "relazioni in rete", libere e singolari. E continuando: cosa collega, ammesso che il legame esista, l'ipotesi di reddito di cittadinanza universale all'area dell'economia informale?
E' sufficiente lanciare una parola d'ordine generale? Personalmente, ritengo che non basti. Se è legittimo rivendicare un reddito, "dovuto" fra l'altro dalla sfacciata ricchezza finanziaria che circola nel mondo, è pure necessario che si sviluppi nei paesi più ricchi l'idea di un consumo diverso, che ponga valore all'essenza sociale, se così si può chiamare, di un prodotto. Il che significa che è importante sapere dove e come è stato fatto, chi è il produttore ecc. Limite, dunque. Concetto da intendere non come austerità conventuale, ma come crescita di un uomo altro, consapevole, della molteplicità del mondo. Più facile da dirsi che da farsi.
Lunga è la strada e "camminar preguntando" appare progetto denso di significati e insidie.

Moreno


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