Bologna - tel. 051203198
info@bologna.social-forum.org
www.bologna.social-forum.org
Logo Contropiani
BOLOGNA SOCIAL FORUM INFORMAZIONE RETE DOCUMENTAZIONE CALENDARIO E APPUNTAMENTI HOME
Documentazione
In evidenza:

Liste del BSF

Sottoscrivi
Cancella



 
Cerca nel sito o nel web
Mappa del sito
Sito
Web

powered by FreeFind




Tutti i poteri ai fondi pensione ?
(di Pierre André Imbert, ATTAC-Francia, traduzione di Mattia Pelli di Attac Bologna sul numero speciale NoOcse del Bollettino)


Da diversi anni ormai, i finanzieri, sostenuti da istituzioni finanziarie internazionali (Banca Mondiale e FMI), spingono i governi a instaurare dei fondi pensione e a sostituire sistemi di pensionamento basati sulla ripartizione (quando esistono) con sistemi di pensionamento basati sulla capitalizzazione. Laddove predomina la logica dell’impiego e della solidarietà tra pensionati e lavoratori attivi, si tenta di sostituire una logica individualista di accumulazione finanziaria. Si sa ormai molto bene che i fondi pensione non sono una risposta ai mutamenti demografici ed ai problemi finanziari dei nostri sistemi pensionistici, ma è comunque urgente di mettere ben in evidenza il loro importante ruolo nella finanza globalizzata. Essi sono stati i principali attori e beneficiari della liberalizzazione finanziaria, e hanno oggi la capacità di imporre le loro scelte sia ai governi che alle imprese.
25.000 miliardi di dollari ! Questa era la somma di attivi detenuti, alla fine del 1996, dai famosi " zinzin " della finanza, in altre parole gli investitori istituzionali del mondo intero: compagnie di assicurazioni, fondi pensione, organismi di investimento collettivo (gli equivalenti dei Sicav in Francia). Ciò rappresenta la quasi totalità delle ricchezze prodotte in un anno dal mondo intero. Questa ricchezza considerevole, credito sul lavoro di diversi miliardi di individui, è stata accumulata grazie alla liberalizzazione finanziaria iniziata negli anni 70.
A partire dal 1973, il principale movimento di deregolamentazione si è sviluppato nel mercato dei cambi: il tasso di cambio tra le monete è divenuto fluttuante, offrendo così la possibilità di ottenere profitti speculativi rapidi, di cui le banche d’affari sono state le maggiori beneficiarie. Così, nel corso dei primi sei mesi del 1997, la Citibank ha realizzato più di 3 miliardi di franchi di beneficio in questo settore della sua attività sul mercato dei cambi. In seguito, le banche sono state sottoposte alla concorrenza di nuovi attori finanziari, detti non bancari: i fondi pensione e altri investitori istituzionali. Alimentati dal risparmio libero dei salariati agiati o dal risparmio forzato di coloro che non possono sottoscrivere che a un sistema di pensionamento per capitalizzazione, questi fondi di investimento non hanno altro obbiettivo che di far fruttare le liquidità che sono state loro affidate.

La manna del debito pubblico

Il loro peso si è considerevolmente sviluppato grazie all’enorme sviluppo del debito negli anni ’80. Sotto la spinta americana, i paesi industrializzati adottano politiche liberiste il cui obbiettivo non è più quello di sostenere la crescita, ma di rompere l’inflazione. Per riuscirci, fissano dei tassi di interesse estremamente elevati che strangolano coloro che prendono in prestito danaro. Questi tassi (circa del 10% dopo deduzione dell’inflazione) sono più convenienti degli investimenti e scoraggiano in questo modo i progetti produttivi delle imprese che preferiscono piazzare i loro liquidi sui mercati finanziari. Essi sono inoltre la causa dell’aumento sconsiderato del debito pubblico un po’ dovunque nel mondo e delle secche alle quali esso conduce. Per finanziarlo, infatti, i governi prendono a prestito a tassi di interesse molto elevati presso i fondi pensione. Questi tassi sono superiori al tasso di crescita dell’economia, il carico sul bilancio del debito pubblico aumenta più velocemente che le entrate fiscali degli Stati, e dunque scava ulteriormente il debito pubblico. Questo debito si aggiunge allora, a fine anno, allo stock di debiti esistente e deve essere finanziato a tassi che condurranno automaticamente a aumentare il debito l’anno seguente. Questa progressione meccanica del debito si chiama " effetto palla di neve ".
Per i fondi pensioni la manna è stata straordinaria: hanno potuto beneficiare di piazzamenti molto sicuri e molto vantaggiosi (più del 10% all’anno). E’ per questo motivo che durante tutti gli anni ’80, con gli altri fondi di investimento, hanno investito più di un terzo dei loro portafogli nei titoli del debito pubblico. Senza rischio e senza sforzo, hanno ottenuto dei rendimenti considerevoli. La loro ricchezza è cresciuta in modo esponenziale nello stesso periodo in cui i salariati subivano una caduta o una stagnazione del loro potere d’acquisto. Con le loro colossali riserve finanziarie, sono divenuti gli arbitri della finanza mondiale, con potere di decidere delle conseguenze delle crisi dei cambi (come nel 1992 e 1993 in Europa) e della politica economica dei paesi.
Per gli Stati Uniti, il valore degli attivi dei fondi pensione era nel 1996 di 4752 miliardi di dollari, cioè il 62% del PIL americano ; quello dei fondi di investimento collettivo era di 3539 miliardi di dollari, cioè il 46% del PIL, e quello delle compagnie di assicurazioni si stabiliva 3052 milliardi, cioè il 30% del PIL. In totale, questi fondi detengono l’equivalente del 138% del PIL americano. La stessa cosa si può dire per la Francia, poiché il valore degli attivi detenuto dai SICAV era di 529 miliardi di dollari, cioè il 34% del PIL, e quello delle compagnie di assicurazione finanziarie era di 582 miliardi di dollari, cioè l’equivalente del 38% del PIL.

La tirannia dei creditori: la finanza contro la crescita

Dopo vent’anni di liberalizzazione finanziaria, i fondi pensione (insieme ad altri investitori istituzionali) sono divenuti i principali compratori e venditori su tutti i mercati finanziari. Attori e beneficiari della finanza globalizzata, hanno acquisito un potere senza precedenti , invertendo il rapporto il rapporto di forza tra debitore e creditore in favore del secondo. Questo cambiamento considerevole ha implicazioni concrete molto importanti sulla crescita economica dei paesi industrializzati.
Fin dagli anni ’30, Keynes aveva sottolineato gli effetti devastanti di una economia dominata dei percettori di rendite. La dittatura dei creditori paralizza la sfera produttiva imponendo condizioni nefaste per la crescita e l’impiego. Detentori di liquidità da piazzare, i fondi pensione desiderano ottenere i tassi di interesse più elevati possibile, che gli permettano di far fruttare in tutta sicurezza i loro attivi finanziari. Detentori di capitali, voglio prima di tutto premunirsi contro un ritorno dell’inflazione che ridurrebbe la loro ricchezza. Infine, detentori di azioni di imprese (più del 60% delle azioni quotate alla Borsa di Parigi sono detenute da investitori istituzionali, più della metà dei quali stranieri), impongono criteri di gestione che gli garantiscono dei rendimenti molto elevati sul breve termine.
La potenza finanziaria di questi fondi, in un universo di deregolamentazione mondiale, costituisce un arma molto efficace per persuadere i governi ad adottare politiche conformi ai loro interessi. Se un governo democraticamente eletto volesse mettere in opera una politica favorevole alla crescita e all’impiego, intaccando i profitti o autorizzando una leggera ripresa dell’inflazione, essi sanzionano immediatamente il paese, sia attaccandone la moneta, sia vendendo massicciamente i titoli delle imprese. Questa reazione brutale provoca una crisi finanziaria che rende impossibile l’applicazione della politica voluta dai cittadini e convalida retrospettivamente le predizioni dei " mercati ". La sanzione arriva prima ancora che che una politica produca i suoi effetti. I governi non hanno allora che una sola scelta: sottomettersi o dimettersi. Si sarebbe tentati di aggiungere che la maggior parte hanno scelto di sottomettersi e di dimettersi.
Le politiche dei governi, compresi quelli social-democratici, consistono essenzialmente a rispettare i precetti dell’economia liberale (i famosi criteri di Maastricht e del patto di stabilità) e a dismettere i propri strumenti di politica monetaria, rimessi a banche centrali indipendenti dai cittadini, ma non dai mercati.
Queste evoluzioni radicali hanno profondamente trasformato il modo di crescita delle economie. In un regime di finanza liberalizzata, l’inflazione è ben tenuta sotto controllo, ma sono la crescita e l’investimento che si trovano ostacolati. Il rialzo dei tassi di interesse, combinato a politiche di bilancio restrittive, ha fortemente depresso il consumo delle famiglie e l’investimento delle imprese. La crescita in Francia è stata conseguentemente molto debole negli ultimi dieci anni, proprio mentre i detentori di capitali si accaparravano una parte crescente della ricchezza prodotta. Ciò si è tradotto nel regresso di più di 10 punti della parte dei salari nel valore aggiunto.
Se fossimo ancora nella situazione del 1983, sarebbero ogni anno più di 800 miliardi di franchi che andrebbero ai profitti da lavoro invece che andare ai profitti da capitale. Una politica offensiva di lotta contro la disoccupazione dovrebbe dare luogo a un rovesciamento della tendenza, poiché è chairo che i livelli storici di profitto delle imprese non portano a una creazione massiccia di impieghi durevoli. Ma non c’è alcuna fatalità che porta ad accettare, da parte della classe politica, questo stato di fatto: la liberalizzazione finanziaria è stata voluta e incoraggiata dai governi ; sta a loro prendere misure in senso inverso.

Le mani sulle imprese

I guasti della finanza liberalizzata non si limitano alle imposizioni che pesano sulla politica economica. Alla dittatura dei creditori si aggiunge, nel caso dei fondi pensione, un dittatura degli azionari sulla gestione quotidiana delle imprese.
Si stima oggi che gli investitori stranieri detengano dal 35 al 40% dei titoli di società quotati in Francia. Questa cifra è in costante progressione, e segue il ritmo della globalizzazione finanziaria, poiché nel 1987 non era che il 10%. L’irruzione brutale e massiccia dei fondi pensione nel capitale delle imprese francesi si è accompagnata di un cambiamento nel loro sistema di gestione. Con ritardo rispetto agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, i fondi pensione impongono un pensiero unico manageriale: il governo d’impresa (corporate governance). Questo appellativo, in apparenza democratico, significa semplicemente che i dirigenti d’impresa devono accrescere ad ogni costo la redditività finanziaria dei fondi propri investiti investiti dai fondi pensione.
Per rispondere alle esigenze dei loro proprietari le imprese utilizzano tre grandi strumenti:

  • Il riacquisto delle proprie azioni: per poter assicurare dividendi più consistenti, esse utilizzano i propri profitti per ricomprare le proprie azioni e dunque distribuire ai loro azionari liquidi provenienti dalle loro attività più redditizie, piuttosto che finanziare rendimenti a lungo termine. Questo fenomeno è così corrente che le emissioni nette di azioni a New York sono negative. In altri termini, il rialzo dei corsi non è servito assolutamente a finanziare nuovi investimenti. Questa strategia di riacquisto di azioni si iscrive in un movimento più largo di finanziarizzazione delle imprese che utilizzano i loro profitti non per investire, ma per piazzarli sui mercati finanziari.
  • La ridefinizione del perimetro di azione delle imprese: le imprese si sbarazzano delle loro attività meno redditizie per aumentare la redditività media, con la conseguenza di di severe ristrutturazioni e licenziamenti massicci ; si fondono con altre imprese per comprimere i costi e comprimere i posti di lavoro. Questi comportamenti portano a una accresciuta specializzazione e alla concentrazione delle imprese su un settore di attività preciso.
  • La compressione dei posti di lavoro e dei salari: i mercati finanziari non hanno la capacità (o la volontà) di seguire l’attività delle imprese, cosicché, per costruire il proprio giudizio, gli attori finanziari si fondano sulla sola redditività a corto termine. I costi salariali sono dunque divenuti la principale variabile di aggiustamento agli schock congiunturali, da cui questa incessante esigenza di più flessibilità delle relazioni salariali nell’impresa. Le imprese che procedono a vasti piani di licenziamenti sono immediatamente salutate dagli attori finanziari, che vedono in questo il segno di una politica conforme ai loro interessi. In meno di trent’anni, l’esplosione e la liberalizzazione dei mercati finanziari hanno così consacrato la dominanzione della finanza sulle economie del mondo capitalista.



BOLOGNA SOCIAL FORUM INFORMAZIONE RETE DOCUMENTAZIONE CALENDARIO E APPUNTAMENTI HOME