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Lavoro, impresa e desiderio
Certamente il lavoro industriale di tipo classico, fordista, non aveva alcun rapporto con il piacere, se non quello di comprimerlo, rinviarlo, renderlo impossibile. Era prevalentemente noia e sofferenza, se pensiamo alle testimonianze che gli operai delle grandi fabbriche metalmeccaniche davano negli anni Cinquanta e Sessanta, quando la sociologia si occupava di definire l'affezione o la disaffezione dei lavoratori industriali verso la fabbrica. L'infolavoratore investe al contrario il suo desiderio secondo direttrici di forte deterritorializzazione, di forte disidentità. Il desiderio consiste proprio nello spostarsi da un punto all'altro della rete produttiva carpendo frammenti di informazione per ricombinarli entro un contesto che muta continuamente. Muoversi, spostarsi, cambiare mansione, prospettiva, relazioni. Questo è ciò che il linguaggio sindacale definisce flessiblità, ed è ciò che il lavoratore tradizionale considera come un pericolo, come un attacco alla sua condizione. Naturalmente questo discorso non vale per ogni forma di prestazione in qualche modo definibile mentale. I terminalisti che lavorano davanti a uno schermo per ripetere migliaia di volte la stessa operazione ogni giorno hanno un rapporto con il lavoro che è simile a quello dell'operaio fordista. Ma quello che dobbiamo cogliere è la novità: il fatto che il lavoro creativo, nel circuito di rete, finisce per divenire lavoro altamente produttivo, e al contempo lavoro ad alta identificazione ed intercambiabilità. Data la struttura non gerarchica del lavoro di rete dobbiamo considerare l'infolavoro come lavoro indipendente, oppure possiamo parlare di una nuova forma della dipendenza? Sia coloro che svolgono una funzione imprenditoriale sia coloro che invece sono salariati, avvertono ormai con acutezza la sensazione di appartenere ad un flusso che non si interrompe e a cui non ci si può sottrarre. Il controllo sul lavoro viene esercitato non più dalla gerarchia di capi e capetti, come nella fabbrica fordista, ma dal carattere di flusso della comunicazione. La funzione del telefono cellulare è importante per capire questo aspetto. Il telefono cellulare, che la maggior parte degli infolavoratori tiene acceso anche nelle ore in cui non sta lavorando, ha in effetti un ruolo decisivo nell'organizzazione del lavoro come autoimpresa. Il lavoro globale di rete è la costante ricomposizione di una miriade di frammenti di produzione elaborazione smistamento di segni, unità informazionali di qualche tipo. Il cellulare costituisce lo strumento per questa ricomposizione produttiva. L'infolavoratore è portatore della capacità di produzione-elaborazione di una specifica striscia di segni-valore che compongono il mosaico infinito della produzione globalizzata. Ma per rendere possibile la disponibilità flessibile nei momenti e nei luoghi in cui essa è necessaria, occorre uno strumento di coordinamento continuo, capace di localizzare in tempo reale ed ininterrottamente i frammenti dell'infolavoro. Il telefono cellulare svolge esattamente questa funzione. Il lavoratore industriale doveva trovarsi otto ore al giorno in un determinato posto, se voleva ricevere il suo salario in cambio dei gesti produttivi compiuti ripetitivamente in un'area territoriale precisa. La mobilità del prodotto è resa possibile dalla catena di montaggio, ma il lavoratore sta immobile, nello spazio e nel tempo. L'infolavoratore si muove invece continuamente lungo le linee di lunghezza larghezza e profondità della sfera ciberspaziale, si muove per reperire segni, elaborare esperienza, o semplicemente per seguire i percorsi della sua esistenza. Ma in ogni momento e luogo egli è raggiungibile, per essere richiamato a svolgere la sua funzione produttiva, e per essere reinserito nel ciclo globale della mente collettiva. Perciò possiamo vedere il cellulare come la catena di montaggio dell'infolavoro, ed in un certo senso possiamo considerarlo come un succedaneo, un accessorio della rete telematica complessiva. La rete è l'ambito in cui circola il valore prodotto, il cellulare è lo strumento di localizzazione e di reinserimento. In un certo senso il cellulare è la concretizzazione della utopia capitalistica: succhiare ogni frammento di tempo lavorativo possibile, nell'esatto momento in cui il ciclo produttivo ne ha bisogno. Il neurolavoratore predispone il suo sistema nervoso come apparato ricevente attivo quanto più tempo si può. L'intera giornata vissuta diviene sensibile all'attivazione semiotica, che si fa direttamente produttiva quando è necessario. Ma questa attivazione perpetua non è destinata a produrre effetti di stress cognitivo, emozionale, psichico? E' difficile pensare che non sia così. |
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