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Il tema dell'impresa
di Franco "Bifo" Berardi


Il convegno OCSE del 12-15 giugno è dedicato al tema Piccola e media impresa nella globalizzazione. La contestazione del convegno si fonda su una considerazione sostanziale di illegittimità . L'OCSE e altri organismi internazionali non elettivi si stanno conquistando un potere di decisione privo di legittimità, che supplisce al crescente depotenziamento degli stati nazionali. Questi organismi prendono decisioni che riguardano il corpo la vita e il lavoro di intere popolazioni, e rappresentano solo gli interessi di gruppi sociali ristretti.

Il movimento globale che si sta manifestando anche a Bologna non si limita però a una considerazione di tipo formale.
Questo movimento è l'occasione per entrare nel merito di questioni come l'ambiente, il salario, l'esclusione, e per elaborare linee positive di ricerca e di azione.

Perciò è opportuna una riflessione sul modo in cui la forma impresa si è trasformata, durante gli ultimi anni, per effetto dello sviluppo di nuove tecnologie, che da un lato valorizzano il lavoro mentale, e dall'altro rendono possibile la dislocazione della produzione e l'integrazione di comparti produttivi distanti.
Globalizzazione significa essenzialmente fluidificazione del lavoro attraverso la creazione di circuiti di rete. Da un lato le lavorazioni industriali meccaniche sono trasferite in aree nelle quali il costo del lavoro è bassissimo con una riduzione del costo del lavoro a parità di produttività.

Contemporaneamente, nelle aree di sviluppo high tech, tende a dissolversi la forma classica dell'impresa gerarchizzata e strutturata in maniera disciplinare, e le regole produttive di incarnano in automatismi tecnolinguistici, psichici. Nessuno obbliga il lavoro cognitivo a tenere un ritmo di lavoro forsennato. Ma la macchina, il telefono cellulare, l'investimneto di desiderio e l'illusione economica creano le condizioni della giornata di lavoro illimitata

Si pensava che lo sviluppo delle nuove tecnologie producesse come effetto una riduzione del tempo di lavoro.
In effetti sta succedendo piuttosto il contrario.

Fin quando il lavoro aveva caratteri di sostanziale intercambiabilità e di spersonalizzazione, ed il rapporto dipendente era chiaramente iscritto nel rapporto salariato, il lavoro veniva percepito come qualcosa di estraneo. Le tecnologie digitali aprono, da questo punto di vista, una storia radicalmente nuova. La stessa nozione di produttività (quantità di valore prodotto nell'unità di tempo) diviene imprecisa, difficile da identificare. Il rapporto tra tempo e quantità di valore va ridefinito perché non tutte le ore di un lavoratore cognitivo sono uguali, dal punto di vista del valore prodotto.

La maggior parte dei lavoratori high tech considerano lavoro e impresa come la stessa cosa, indipendentemente dalle condizioni giuridiche, formali entro le quali il rapporto di lavoro si svolge. Inoltre dobbiamo tener conto del fatto che, mentre il lavoratore industriale metteva nella prestazione salariata le sue energie puramente meccaniche, ripetitive, spersonalizzate, il lavoratore high tech con caratteristiche creative, comunicative, innovative, mette nella prestazione il meglio delle sue capacità intellettuali.
Questa differenza è decisiva, quando parliamo di impresa. L'impresa tende ad essere, per una sezione sempre più significativa della forza lavoro globalizzata, il nucleo pulsante del desiderio, l'oggetto di un investimento non solo economico ma psichico, desiderante.

Le ricerche svolte da Juliet Schorr (The overworked american, 1992) dimostrano che negli anni '80 (e ancor più, sappiamo, negli anni '90) il tempo di lavoro medio è aumentato in maniera drammatica. Il lavoratore medio ha lavorato 148 ore in più nel 1996 di quanto lavorasse un lavoratore nel 1973. La percentuale di persone che lavorano più di 49 ore alla settimana è aumentata dal 13% nel 1976 a quasi il 19% nel 1998, secondo il US Bureau of Labor Statistics.
Nel sistema dominato dalla connessione, il tempo è diventato una risorsa scarsa, anzi potremmo quasi dire che il tempo è oggi la principale risorsa scarsa, ciò per cui siamo più disposti a pagare.

Perché una parte considerevole dei lavoratori considerano il lavoro come la parte più interessante della loro vita, e non si oppongono più al prolungamento
della giornata di lavoro, anzi tendono a prolungare il tempo di lavoro per propria decisione e volontà?
Questo significa che, per un settore del neo-lavoro (certo minoritario a livello mondiale, ma non più minoritario nei paesi ad alto sviluppo tecnologico
e alta intensità di connessione telematica), la nozione di impresa ha acquistato un significato del tutto diverso da quello che aveva nel passato. L'impresa, che nella fase industriale del capitalismo aveva un significato di mera organizzazione del capitale per una finalità economica come lo sfruttamento del lavoro umano, per l'accumulazione di capitale, ora significa qualcosa di molto più complesso.
Riacquistando qualcosa del suo significato originariamente umanistico e rinascimentale, la parola impresa ha ripreso a significare iniziativa che l'uomo assume su di sé per la trasformazione del mondo, della natura o della relazione stessa con altri uomini.
Ciononostante l'impresa ha come ambiente, (e come limite) l'economia, e quindi le forme economiche del capitalismo, dello sfruttamento, della scarsità. Ma è proprio questa ambiguità che dobbiamo riuscire a cogliere, se non vogliamo ridurci a un atteggiamento vagamente pretesco di rifiuto pregiudiziale della forma impresa.



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