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Lettera di Rabjana Zeqo
Mio marito si chiama MALBEREN MARKOVIC, ha 37 anni, operaio, è albanese ma è venuto in Italia dalla ex-Jugoslavia (suo padre era di Montenegro). Io mi chiamo RABJANA ZEQO, anch'io sono albanese, laureata in educazione fisica e ho lavorato per molti anni come insegnante nel mio Paese.
Siamo venuti in Italia nel 1996, per cercare lavoro. Abbiamo una bimba, Anna, che ora ha 2 anni. Io e mio marito per mantenerci abbiamo lavorato in nero. Nel novembre '99 lui è stato arrestato e poi condannato per spaccio di stupefacenti.
E' al carcere Dozza di Bologna dove io ho sempre avuto il permesso per i colloqui. Nel gennaio 2000 ha tentato il suicidio e da quel momento è stato sempre male. Per un periodo di tempo è stato in infermeria, poi è tornato in cella. Sono successe molte cose assurde: aveva molti bruciori allo stomaco e mi ha chiesto il bicarbonato per lo stomaco, ma non si trovava l'autorizzazione e così non glielo hanno dato. Mio marito continuava a star male; ha cercato di andare in ospedale ma solo un mese fa i medici lo hanno mandato a fare delle analisi per lo stomaco. Lui è dimagrito in modo impressionante, sembra anoressico, è rimasto solo ossa; io alle visite ero spaventata ogni volta di più per come lui era ridotto ma i medici dicevano che la cosa più importante era "tenere sotto controllo il peso" e che tutto il resto si sarebbe risolto da solo. Intanto è venuta la risposta delle analisi: hanno confermato che lui stava male ma il giudice ha risposto all'istanza (di avere gli arresti domiciliari per motivi di salute) dicendo che non era così grave. Ma una settimana fa mio marito è stato visitato da una dottoressa (che lo vedeva per la prima volta) la quale si è preoccupata di vederlo così e ha disposto di mandarlo subito nell'urgenza dell'ospedale sant'Orsola. Sono indignata perché quando lo hanno trasferito nessun mi ha avvisato e dunque non ho potuto portargli nulla. Solo mercoledì scorso, quando sono andata al colloquio in carcere, ho saputo che era in ospedale. Sono andata lì e ho potuto vederlo perché era giorno di colloquio. Ora abbiamo saputo da un medico del reparto che mio marito ha un tumore e che la malattia ha intaccato metà del corpo. Con mio marito ho scambiato poche parole perché stava troppo male persino per parlare.
Ora io vorrei sapere chi si prende la responsabilità di averlo lasciato così per tanto tempo senza cure. E chiedo, se gli resta poco da vivere, di farlo stare in pace, con me e la sua bambina, fuori dal carcere. Intanto voglio avere subito un permesso speciale per stare un po' di ore con lui in ospedale, per cambiargli i vestiti visto che lui non è più in grado di farlo: è in una stanza da solo, dove è sempre solo come un cane, spesso al buio, con le guardie fuori.
Mentre noi viviamo questa tragedia, continuano le cose assurde, non riusciamo a capire quali siano le regole: una guardia mi dice che posso portare la biancheria lì e un'altra che invece devo lasciarla in carcere: per cui oggi lui non ha gli abiti e altre cose personali per cambiarsi. A cosa servono i vestiti alla Dozza se lui è al sant'Orsola?
Mio marito si è dichiarato colpevole e ha avuto una condanna di 5 anni. Io so che ha sbagliato ed è giusto che sconti una pena; ma ora lui sta lottando per la vita. In carcere si è ammalato e non può curarsi; credo che sia suo diritto uscire dalla prigione, come gli italiani che stanno male.
Chiedo a tutti un aiuto perché mio marito sia trattato nel modo più giusto ora che lui è in queste condizioni.
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