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Repubblica Bologna, 22/02/01
"Lasciate morire mio marito senza le sbarre"
«Per mesi avete ignorato la sua malattia. Ora lasciatelo almeno morire a casa sua». E' una corsa contro il tempo quella che Rabjana Zeqo, insegnante albanese immigrata a Bologna, corre per suo marito Malberen Markovic, incarcerato da un anno alla Dozza dopo una condanna per spaccio di stupefacenti, e da qualche settimana ricoverato all'ospedale Sant'Orsola per la condanna di un tribunale ben più inappellabile. Una storia che Rabjana ha raccontato qualche giorno fa su queste pagine, ma che ora è giunta a una drammatica svolta: Markovic ha un tumore ormai chiaramente diagnosticato, e le sue condizioni sono gravissime, disperate. Al punto che forse, oggi, i medici decreteranno l'inutilità di ulteriori terapie chimiche e, come si fa in questi casi, dimissioneranno il paziente. Ma Markovic non può tornare a casa: sarà rimandato in carcere. Dove per lui sarà impossibile non solo vedere la moglie tutti i giorni per diverse ore al giorno (come a lei era stato concesso in queste settimane d'ospedale), ma anche ricevere l'assistenza necessaria ad un malato terminale. Per evitare che accada si stanno mobilitando in molti. L'associazione Trama di Terre di Imola, luogo d'incontro fra donne italiane e immigrate, ha lanciato una raccolta di firme; il presidente dell'associazione albanese Skanderberg, Giuseppe Chmisso, ha scritto un'accorata lettera ai giudici di sorveglianza: «Questo appello vale per Markovic, ma anche per tutti i carcerati gravemente ammalati che in carcere rischiano di non essere assistiti adeguatamente».
Ma l'intervento di un gesto umanitario (un decreto di scarcerazione), a cui ormai nessuna considerazione di sicurezza si oppone, potrebbe essere intralciata dalla complessa situazione giuridica del malato: che ha un processo d'appello in corso a Bologna, ma nel frattempo è stato raggiunto in carcere da un secondo mandato di cattura, questa volta spiccato da un giudice di Milano. dunque sono due e in due città diverse i giudici ai quali è già stato chiesto di pronunciarsi.
Potrebbero passare diversi giorni. Forse troppi. La moglie Rabjana continua a ripetere: «Mio marito ha sbagliato e aveva iniziato a pagare. Ma la pena non può essere costringerlo a morire da solo, in una cella. Anche oggi l'unica cosa che mi ha detto è stata 'portami a casa con te'. Chiedo solo questo». Poi, quando tutto sarà finito, bisognerà affrontare e chiarire anche l'altro pesantissimo dubbio: se i medici del carcere, che di fronte al suo impressionante dimagrimento avevano a lungo parlato di un semplice 'disagio psichico', avessero visitato meglio il loro paziente, Markovic poteva forse vivere più a lungo, soffrire di meno, addirittura essere salvato?
(m.s.)
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