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SANTA CATERINA
3 Aprile 2000
Muoiono nell'incendio della loro roulotte Alex e Amanda.
Santa Caterina è un luogo di morte, non solo della morte quotidiana vissuta nella separatezza e nell'esclusione, ma della morte vera e propria, la morte di due bambini.
Nel campo si perde ormai anche il futuro e non solo la vita di oggi, non solo il presente. Si perde il futuro di famiglie intere, della comunità che spera e proietta le proprie speranze sui figli.
Dieci anni dopo si realizza l'intento della banda della Uno Bianca: l'eliminazione fisica e la correzione con il terrore di quelli concepiti come diversi, non omologabili, nemmeno degni di essere ascoltati.
Il 10 dicembre 1990, quando Santa Caterina era ancora solo un accampamento, la Banda della Uno Bianca sparò all'impazzata colpi di mitraglietta contro le roulotte, provocando il ferimento di nove persone. Il 23 dicembre 1990 la banda della Uno Bianca torna a sparare contro gli zingari, al campo di Via Gobetti, uccidendo Rodolfo Bellinati e Patrizia della Santina e ferendo anche la nonna materna di Alex e Amanda. Gli sbirri della Uno bianca erano a volto scoperto, pochi giorni dopo una zingara, chiamata in Questura a testimoniare, riconobbe nel poliziotto Fabio Savi l'autore dell'agguato. Nessuno le da ascolto.
Il campo di Santa Caterina, diventa centro di prima accoglienza per immigrati rom Jugoslavi con l'applicazione della legge Martelli e come risposta istituzionale all'emergenza terroristica della Uno Bianca.
L'emergenza può portare all'emergenza, quella repressiva come quella dei percorsi di inserimento, dove si sceglie la possibilità del coinvolgimento istituzionale, dove si accetta di aprire le questioni dell'incontro/scontro, dando tutte le possibilità alle parti, dove l'ascolto da spazio alla mediazione che è l'unico metodo e scopo per nuovi legami sociali, per nuovi futuri.
Invece, in tutti questi anni la mancanza di dialogo e di mediazione, l'autoreferenzialità delle istituzioni, la settorializzazione e il mancato coordinamento degli interventi pubblici, hanno fatto di Santa Caterina un'esempio emblematico dell' accoglienza che questa città è capace di dare agli immigrati, ai profughi, ai nuovi cittadini.
Si raffinano cos i meccanismi permanenti dell'esclusione e dell'emergenza istituzionale, funzionale solo a se stessa.
L'espulsione è la strategia primaria dell'esclusione, per non includere nel sistema.
Sgomberi, fogli di via, provvedimenti amministrativi di allontanamento, provvedimenti di ordine pubblico, rimpatri forzati, mancata presa in carico, non applicazione delle leggi, impedimenti burocratici e non alla concessione dei permessi di soggiorno. Metodi questi largamente praticati per non avvicinare le distanze con l'altro, per giustificare le proprie ragioni, per non permettere considerazione, dignità e presa in carico. Metodi questi che consentono, con la forza e gli atti amministrativi di allontanare e/o di scoraggiare gli immigrati, i profughi e le minoranze a permanere sul territorio.
L'eternizzazione degli interventi è la strategia lenta, sistematica e giustificata dalla logica del meno peggio per continuare ad escludere.
Quando non si può fare altrimenti si interviene, quando emerge l'emergenza, quando non si può attuare l'espulsione, allora si interviene. Chi è stato accolto, chi ha superato le barriere del sistema, chi non è stato espulso, chi ha resistito, incontra l'intervento pubblico e con esso deve misurarsi.
Ma è un intervento pubblico esiguo, parziale, settorializzato, privo di prospettive e di progettualità che imposta e nutre le dinamiche dell'esclusione, prolungando all'infinito i tempi della sua azione, annullando ogni finalità di integrazione, annullando nel sistema campo le persone. E' un intervento pubblico che assistenzializza, ricatta, penalizza, quasi a volersi vendicare dell'accoglienza.
I centri di prima accoglienza diventano i centri perversi e distorti dell'eterna accoglienza dai quali non si esce mai. I processi di integrazione e i loro tempi non hanno fine, gli esami per l'integrazione li superi solo se riesci a omologarti, a diventare normale, uguale. Gli interventi si eternizzano sempre a partire da logiche istituzionali neutre e obiettive.
Gli insuccessi di questi interventi avviano la descrizione negativa dell'altro, ufficializzandola a livello istituzionale e rafforzandola a livello sociale.
False informazioni, corrispondenti alla propria percezione e non basate sul sapere ascoltato, notizie di ogni genere attribuite alla natura non corretta e non correggibile del richiedente l'aiuto istituzionale, permettono di giustificare l'insuccesso degli interventi e la messa in opera di altri interventi per correggere questi insuccessi. Nasce e si rafforza il bisogno di sicurezza che ovviamente guarda qualsiasi cosa meno che la sicurezza dello zingaro, dell'immigrato, dell'altro.
La securitizzazione degli interventi è il meccanismo ultimo dell'esclusione.
Chiamando continuamente in causa la legalità/illegalità, dentro la quale possono trovarsi o meno gli zingari, legittima l'impostazione di interventi basati sul controllo, dove è il Vigile che fa l'operatore e l'operatività sociale si riduce al lavoro di portineria e vigilanza. Giustificano i controlli di massa che colpiscono le comunità e non i responsabili di possibili reati, la mancanza di proposte per il lavoro e la discriminazione dei redditi informali, giustificano tutto ciò che può impedire la mobilità sociale.
C'è una disattenzione intenzionale sui diritti, che non considera:
- tutte le questioni attinenti al ricongiungimento familiare e ai flussi delle parentele che non sono considerate con attenzione o addirittura sono disattese in fase di applicazione delle leggi che pure prevedono queste possibilità.
- l'espulsione "amministrativa" dal campo/CPA che si traduce in una espulsione di fatto dal territorio nazionale, per l'impossibilità di rinnovare il permesso di soggiorno.
- la condizione "kafkiana" dei richiedenti asilo che aspettano per anni una risposta e che non possono lavorare.
- le persone che non hanno potuto rinnovare il permesso di soggiorno ma che comunque non possono ritornare nel paese di provenienza.
- la "disattenzione" rispetto all'applicazione delle leggi, come per le persone che pur in possesso di permesso di soggiorno, non hanno usufruito di alcuna forma di accoglienza istituzionale.
Queste condizioni fanno sì che il numero degli irregolari e dei non autorizzati in attesa di sistemazione, accampati un po' ovunque e sempre in condizioni di estrema precarietà, a volte anche nei centri di prima accoglienza o in "centri di fortuna", sia sempre in aumento, ma tutto ciò è considerato solo per giustificare interventi repressivi.
Questa strategia dell'esclusione globale è stata messa a punto dalle nostre istituzioni in tutti questi anni dell'immigrazione "fenomeno nuovo" e si è inasprita nell'ultimo periodo, diventando solamente più esplicita.
I rom immigrati di Santa Caterina hanno subito e subiscono ognuno dei suoi meccanismi e ogni giorno vivono in prima persona le sue conseguenze.
Anche il 3 aprile 2000.
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